Storie Web giovedì, Febbraio 5
Turismo enogastronomico in crescita verso il miliardo di giro d’affari

Per il turismo enogastronomico l’ultimo assist è arrivato a dicembre quando la cucina italiana è entrata ufficialmente nel patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Un motivo in più per i turisti stranieri di andare nelle aree interne della Penisola verso i borghi alla ricerca di specialità e cantine. Perché nell’ultimo triennio una presenza straniera su due è collegabile all’interesse per enogastronomia che ha alimentato circa 132 milioni di giorni di permanenza turistica. Se solo l’Italia riuscisse a fare crescere le presenze turistiche internazionali del 5%, secondo le stime di SRM, il centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo e sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, genererebbe valorizzando in sinergia con altri tematismi un miliardo di euro di giro d’affari. È quanto emerge dal report «Quando il vino incontra il turismo. Numeri e modelli delle cantine italiane» a cura di Roberta Garibaldi, docente all’Università degli Studi di Bergamo e presidente di Aite-Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, in collaborazione con SRM presentato ieri a Hospitality, il Salone dell’accoglienza organizzato da Riva del Garda Fierecongressi.

«La competitività del settore, secondo le imprese, nasce dall’incontro tra impegno interno e politiche pubbliche capaci di accompagnare e amplificare gli sforzi privati – spiega Roberta Garibaldi -. Le imprese chiedono politiche prevedibili, accessibili e coerenti con le specificità dell’enoturismo, evitando discontinuità che rischiano di frenare la propensione a investire. Importante è anche l’accessibilità in tutte le sue forme. Emerge la richiesta di una governance più coordinata e strategica, in grado di fare sistema tra turismo, agricoltura, cultura e sviluppo territoriale».

Nelle località che negli ultimi anni hanno saputo affermarsi come destinazioni si registrano, segnala il report, tassi di crescita dei ricavi e dell’attivo superiori al 25% mentre in quelli meno strutturati ci sono ampi margini di miglioramento, legati al rafforzamento dell’organizzazione interna e a una più definita strategia di mercato. Per esempio ogni turista enogastronomico mostra una capacità di spesa sopra la media e genera oltre 150 euro di valore aggiunto distribuiti tra agricoltura, ristorazione, servizi e commercio, fino alla cultura e all’artigianato. Da qui la necessità di fare gioco di squadra tra cantine, filiere produttive e servizi locali per sviluppare un ventaglio di offerte, di esperienze enoturistiche in un progetto di sviluppo territoriale integrato, con benefici duraturi oltre i confini della singola impresa. Nel caso delle cantine, per esempio, le visite e le esperienze non solo permettono di diversificare le entrate ma anche di aumentare le vendite dirette rafforzando il rapporto diretto con i consumatori.

«L’enoturismo sta entrando in una fase di crescita sempre più selettiva e qualitativa – segnala Salvio Capasso, SRM Centro Studi –. I risultati mostrano come le performance economiche e le scelte di investimento contribuiscano a definire profili di impresa fortemente differenziati, con esiti competitivi molto diversi».

A livello mondiale, l’enoturismo vale oggi 46,5 miliardi di dollari, pari circa 39,1 miliardi di euro al cambio attuale, e rappresenta uno dei segmenti più dinamici del turismo esperienziale. L’Europa detiene oltre la metà del mercato (51%), con Francia, Italia e Spagna come paesi leader. Le prospettive di crescita sono particolarmente favorevoli: le stime indicano un incremento medio annuo del 12,9%, segno di un interesse crescente da parte dei viaggiatori per esperienze autentiche, legate al territorio, alla cultura produttiva e alla sostenibilità.

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