Il daraxonsasib, un farmaco sperimentale orale, inibitore multisettivo dell’oncogene RAS, si è dimostrato un game changer nel tumore del pancreas metastatico, determinando un raddoppiamento della sopravvivenza rispetto ai pazienti trattati con chemioterapia tradizionale. I 248 pazienti trattati con daraxonsasib hanno presentato un raddoppiamento della sopravvivenza mediana (13,2 mesi, contro i 6,7 mesi) rispetto ai 252 pazienti trattati con chemioterapia. Mai nessun farmaco finora aveva raggiunto questo traguardo. È il motivo per cui i risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302, presentati davanti alla platea mondiale degli oncologi riuniti al congresso dell’ASCO a Chicago e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine, sono stati accolti da una standing ovation. Entusiasmo a mille, ma anche un applauso liberatorio perché per l’adenocarcinoma del pancreas in fase avanzata le opzioni terapeutiche a disposizione hanno efficacia limitata e questi pazienti continuano ad avere una prognosi sfavorevole. Daraxonrasib non promette la guarigione dal tumore del pancreas, che resta uno dei più difficili da trattare; ma rappresenta un passo avanti epocale. Il farmaco è al momento la punta di diamante di Revolution Medicines, un’azienda pharma con una pipeline specializzata nello sviluppo di terapie mirate innovative per i tumori dipendenti dalle mutazioni RAS.

Il racconto dei risultati al congresso dell’Asco

Quando il coordinatore dello studio, Brian M. Wolpin, direttore del Hale Family Center for Pancreatic Cancer Research and Gastrointestinal Cancer Center del Dana-Farber Cancer Institute (Boston), ha proiettato la slide che mostrava la riduzione di mortalità del 60% prodotta da daraxorasib, gli oncologi che assistevano alla sessione plenaria del congresso ASCO 2026 sono scoppiati in un applauso interminabile (durato 42 secondi), accompagnato da urla di gioia, fischi e qualunque tipo di apprezzamento. Un tifo da stadio per la vita, per quei mesi strappati alla morte, un ‘grande slam’ (nella definizione di Julie Gralow, vice-presidente di ASCO), tanto per i pazienti che per i ricercatori.

Ma c’è di più. Qui mesi guadagnati alla morte, sono anche mesi vissuti meglio, senza il dolore che accompagna l’epilogo di questo tumore e al prezzo di effetti collaterali del trattamento più che tollerabili (il rash cutaneo e la stomatite sono i più frequenti).

Come funziona il nuovo farmaco

Un farmaco intelligente, dunque il daraxonrasib che lavora in modo ‘pulito’, silenziando l’oncogene RAS che, quando attivato, induce una crescita tumorale incontrollata (oltre il 90% dei tumori del pancreas alberga una mutazione RAS oncogenica). L’oncogene RAS in posizione ‘on’ è come un interruttore che rimane sempre acceso. Daraxonrasib riesce a spegnerlo e finora nessun’altra terapia era in grado di farlo nell’adenocarcinoma del pancreas. Per decenni il RAS è stato considerato un bersaglio ‘non farmacologico’ (undruggable). Poi è arrivato daraxonrasib, un inibitore RAS, anzi del RAS(ON), che si lega cioè alla forma bloccata su ‘on’ dell’interruttore mortale. È un farmaco orale (se ne prende una compressa al giorno da 300 mg). L’FDA americana gli ha concesso la designazione di breakthrough therapy per il trattamento del carcinoma pancreatico con mutazioni KRAS G12X. E non sorprende affatto.

Un nuovo standard di cura

“Daraxonrasib rappresenta un nuovo standard di cura nel trattamento di seconda linea dell’adenocarcinoma del pancreas – ha commentato la discussant della presentazione, la dottoressa Jennifer J. Knox, Princess Margaret Cancer Centre e Università di Toronto (Canada)-. L’altro punto che voglio sottolineare è che la terapia mirata a RAS dovrebbe avere un ruolo predominante negli studi clinici, lungo l’intero spettro delle manifestazioni cliniche del cancro del pancreas, sia come monoterapia che in combinazione, per offrire benefici a un numero maggiore di pazienti e migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita.”

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