Il Venezuela possiede le maggiori riserve accertate di greggio al mondo, ma la sua produzione è diminuita drasticamente a causa di decenni di abbandono e dell’esodo di molte compagnie petrolifere straniere. Il Paese rappresenta ora meno dell’1% dell’offerta globale. Gli analisti affermano che ci vorranno anni e miliardi di dollari di investimenti per rilanciare significativamente la produzione.
ABC ha riferito ieri 6 gennaio che l’amministrazione Trump ha intimato alla leader ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, che il suo governo deve collaborare esclusivamente con gli Stati Uniti per la produzione di petrolio e favorirli nella vendita di greggio pesante.
La Casa Bianca sta inoltre chiedendo al Venezuela di ridurre i suoi legami economici con Cina, Russia, Iran e Cuba, ha riferito ABC, citando tre fonti anonime a conoscenza della situazione. Ciò rappresenterebbe un completo riallineamento politico per il Venezuela, che negli ultimi anni ha fatto molto affidamento sul quartetto per la stabilità economica e la sicurezza.
Prima del blocco statunitense e della cattura di Maduro, la Cina era il principale beneficiario del petrolio della nazione sudamericana a prezzi fortemente scontati. Quel commercio si è ora in gran parte bloccato, fatta eccezione per i carichi già in Asia, e Pechino potrebbe ora dover valutare altre opzioni come il greggio iracheno o canadese.
E infatti è immediata la reazione cinese. Il Venezuela è “uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche” e le richieste Usa “violano il diritto internazionale, ledono la sovranità e minano i diritti del popolo venezuelano”. E’ il commento del portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning, sulle affermazioni del presidente Trump secondo cui gli Stati Uniti otterranno 50 milioni di barili di petrolio, in precedenza sanzionato, che saranno venduti da Washington, in parte probabilmente alla Cina. Pechino ha finora comprato il 90% circa del greggio annuale prodotto da Caracas.








