Donald Trump sferza e insulta di nuovo gli alleati della Nato: «Sono dei codardi! Si lamentano dei prezzi del petrolio, ma non vogliono aiutarci a Hormuz. Sono dei codardi e noi non lo dimenticheremo», ha dichiarato sui social il presidente americano. A tre settimane dall’inizio dei bombardamenti sull’Iran, mentre il Regno Unito concede il via libera agli Usa per a utilizzare le basi anche «in missioni d’attacco», altre tre navi da guerra americane e altre migliaia di marines stanno per arrivare in Medio Oriente: un segnale di forza, nelle intenzioni dell’amministrazione repubblicana, che può tuttavia diventare debolezza, rivelando che, al di là delle continue rassicurazioni, l’esercito americano rischia di essere trascinato in un conflitto ben più lungo delle «cinque o sei settimane» annunciate dalla Casa Bianca.
E del resto, la richiesta fatta giovedì dal Pentagono al Congresso perché venga approvato un pacchetto di 200 miliardi per finanziare il conflitto fa pensare a un intervento prolungato. «Non voglio un cessate il fuoco. Non si fa un cessate il fuoco quando si sta letteralmente annientando il nemico», ha spiegato ieri Trump. E ancora: «Potremmo ritirarci dall’Iran anche subito e Teheran non potrebbe ricostruire le proprie capacità militari per almeno dieci anni. Ma questa non è una situazione accettabile, l’obiettivo non è il cambio di regime, quello che ci interessa – ha detto – è che l’Iran non abbia mai più armi nucleari».
La pressione di Washington sugli alleati è fortissima e ieri ha portato a un primo risultato, anche se «troppo tardi» secondo Trump. Il governo del Regno Unito ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare le basi britanniche per lanciare operazioni contro gli obiettivi iraniani che controllano e attaccano lo Stretto di Hormuz. Mentre l’Europa continentale tenta la mediazione diplomatica per evitare di farsi coinvolgere nella guerra, il premier britannico Keir Starmer – secondo quanto riferito alla Bbc da alcune fonti di Downing Street – ha deciso di ampliare il via libera concesso agli Usa, fino a qui limitato a «operazioni per prevenire minacce dirette a interessi o vite britanniche». La nuova autorizzazione accordata da Londra ora comprende anche «operazioni difensive» statunitensi per neutralizzare le postazioni iraniane e riaprire Hormuz. Il governo Starmer ha precisato che non ci sarà un coinvolgimento diretto e che «i principi alla base dell’approccio britannico al conflitto restano invariati». Ma ha dovuto subire le minacce dell’Iran: «Starmer sta mettendo a rischio vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione contro l’Iran», ha detto il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sottolineando che Teheran «eserciterà il suo diritto all’autodifesa».
Il Pentagono prosegue intanto nel rafforzare l’intervento militare contro il regime di Teheran. Secondo quanto riferito da funzionari statunitensi, all’agenzia Reuters e al Wall Street Journal, altri 2.500 marines stanno per entrare in azione in Medio Oriente, aggiungendosi ai 50mila soldati americani già nella regione: si tratta di truppe d’assalto che possono essere utilizzate anche in un intervento sul terreno.
Per gli Usa, in questa fase, è necessario mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, se dovesse servire anche attraverso il dispiegamento di forze statunitensi sulla costa iraniana, o con l’invio di truppe di terra sull’isola iraniana di Kharg, snodo cruciale per il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. «Non ho intenzione di schierare truppe da nessuna parte, ma se lo farò non lo dirò certo in anticipo», ha affermato Trump, ben sapendo che qualsiasi impiego di militari sul terreno, anche per missioni brevi, comporta rischi politici significativi: un sondaggio Reuters-Ipsos, conclusosi giovedì, mostra che circa il 65% degli americani ritiene che Trump ordinerà l’invio di truppe di terra su larga scala in Iran, mentre solo il 7% appoggia questa decisione.








