Un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità pone sotto i riflettori il tema dell’appropriatezza delle cure. I dati invitano a riflettere, ma il dibattito non può trasformarsi in una messa in discussione dell’autonomia clinica del medico, né ignorare il ruolo cruciale dei luoghi di cura. Circa il 10% delle prestazioni sanitarie erogate presenta profili di inappropriatezza. In Italia l’inappropriatezza in Sanità vale circa 25 miliardi di euro. Il fenomeno si manifesta in due direzioni opposte ma ugualmente problematiche: il cosiddetto “over-use”, ovvero l’eccesso di esami, terapie e ricoveri non necessari e l’“under-use”, ossia la mancata erogazione di cure appropriate a chi ne avrebbe effettivo bisogno.
Un esempio emblematico viene dal rapporto CeDAP 2024 dell’ISS sulla natalità: nel 77,1% delle gravidanze vengono effettuate più di tre ecografie, a fronte delle sole due raccomandate dalle linee guida nazionali. Un eccesso che configura un pattern di inappropriatezza prescrittiva e di eccessiva medicalizzazione dell’assistenza. Emerge chiaramente ormai un problema non quindi solo di investimenti nel Ssn, ma anche e forse soprattutto di collocazione delle risorse ed impiego delle stesse.
Dinanzi a questi dati, però, il rischio più insidioso sarebbe trarne conclusioni affrettate, trasformando analisi epidemiologiche in uno strumento di sorveglianza o di compressione dell’autonomia professionale del medico. Sarebbe un errore grave, oltre che concettualmente scorretto. Peraltro un errore del genere è stato già commesso nella valutazione delle liste di attesa, confondendo strumenti di analisi e dati. L’appropriatezza clinica è per definizione un concetto che si misura sul paziente concreto, non sulla statistica.
Come ricorda il Sistema Nazionale Linee Guida dell’ISS stesso, le raccomandazioni cliniche sono strumenti di supporto decisionale e non prescrizioni rigide: la legge 24/2017 (cosiddetta legge Gelli-Bianco) peraltro stabilisce espressamente che il professionista sanitario debba attenersi alle linee guida “salve le specificità del caso concreto”. Questa clausola non è un cavillo burocratico: è il riconoscimento che la medicina è una scienza applicata a individui, non a categorie.
Il medico che prescrive un esame in più perché conosce la storia clinica del suo paziente, il suo contesto familiare, le sue comorbilità o la sua ansia diagnostica, non sta necessariamente commettendo un atto inappropriato. Quella decisione appartiene alla sua sfera professionale, alla sua relazione terapeutica e alla sua responsabilità etica. Confondere la variabilità prescrittiva con l’inappropriatezza sistematica è uno degli errori metodologici più frequenti in cui si rischia di cadere, anzi in cui è facile cadere anche per trovare capri espiatori a problematiche complesse. E questo mina non solo il rapporto di fiducia medico paziente, paziente Ssn, ma mina anche l’autostima e il rapporto tra professionista e istituzione, al punto che già oggi 10 medici ogni giorno vanno via dagli ospedali in età non pensionabile. E un errore del genere rischia a sua volta di guidare scelte, come già avvenuto nel caso delle liste di attesa, che non possono produrre i risultati sperati.






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