
Per il contributo da due euro sui minipacchi in arrivo da Paesi extra Ue introdotto dall’ultima manovra si fa sempre più concreta l’idea di uno slittamento, che dovrebbe preludere a una sua abolizione per lasciar spazio al dazio europeo da tre euro in vigore dal prossimo 1° luglio. Ma la strada per arrivarci deve ancora prendere una forma definita, in un quadro che fatica a chiarirsi del tutto.
La questione del rinvio a luglio del contributo è tornata ad animare le discussioni intorno al Milleproroghe. L’emendamento del Pd sul tema è fin qui inciampato nel fatto che «non è stato possibile reperire le occorrenti risorse finanziarie nel quadro del decreto legge», come ha spiegato alle commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano.
Curiosamente poche ore dopo, ieri pomeriggio, al Senato il sottosegretario all’Economia Federico Freni ha chiarito che, al contrario, uno slittamento al 1° luglio del contributo sulle spedizioni fino a 150 euro «non richiederebbe ulteriori coperture».
La conferma della tesi di Freni arriva dalla relazione tecnica alla manovra, che a questa voce ha previsto per quest’anno un gettito dimezzato (122,5 milioni invece dei 245 milioni all’anno messi a bilancio dal 2027) anche per «tener conto dei tempi necessari alla predisposizione dei sistemi informativi».Incertezze parlamentari a parte, la prima tappa del percorso sembra definita. L’intervento sul contributo italiano non arriverà dal Milleproroghe, intorno al quale però il Governo potrebbe accogliere un ordine del giorno che chiede uno slittamento, firmato anche dai gruppi di maggioranza. A provvedere sarà poi il decreto fiscale atteso nelle prossime settimane, che dovrebbe occuparsi fra l’altro anche dei correttivi all’iperammortamento per cancellare la clausola sugli acquisti di beni «Made in Ue». Un rinvio al primo luglio rappresenterebbe però solo la prima tappa del cammino, limitandosi a spostare a metà anno il nodo della compatibilità con il dazio europeo da tre euro, al debutto nello stesso giorno come stabilito con la modifica al regolamento europeo sulle franchigie doganali (il 1186/2009) approvata l’11 febbraio scorso. «C’è una decisione europea, e vedremo di rendere coerente» anche le regole italiane, aveva spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a fine gennaio. Il problema ha due aspetti: quello giuridico, legato alla compatibilità del balzello italiano con il dazio europeo (messa in dubbio anche da Assonime pochi giorni fa; si veda Il Sole 24 Ore di martedì 17), e quello pratico, perché è difficile ipotizzare una somma fra i tre euro comunitari e i due euro domestici sullo stesso minipacco. E qui rientra in gioco anche la questione delle coperture.
A evocare il tema è stata l’interrogazione di Mario Turco (M5S) a cui ieri Freni ha risposto in Senato. «In caso di ritiro del contributo per evitare l’avvio di una procedura d’infrazione Ue, come si provvederà a sostituire le entrate preventivate nella legge di bilancio?», si chiede il senatore pentastellato. Il quesito non è peregrino, e riguarda 612,5 milioni nel triennio 2026-28.Il dazio europeo va infatti per il 75% al bilancio comunitario, mentre l’altro 25% è trattenuto dagli Stati membri a titolo di rimborso per le spese di riscossione. In pratica, ogni minipacco in arrivo dalla Cina (o da altri Paesi esterni all’Unione europea) produrrebbe un gettito da 0,75 centesimi anziché da due euro. L’altro euro e 25 centesimi, quindi, andrebbe compensato per altra via. In pratica, verrebbero a mancare 383 dei 612 milioni previsti nel triennio. E proprio questo aspetto sembra complicare il ripensamento su una norma circondata da più di un dubbio fin da quando un emendamento dei relatori al Senato l’ha introdotta in legge di bilancio.









