
Il “convitato di pietra” dell’incontro atteso in queste ore alla Farnesina tra il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani e la Ministra degli Affari Esteri del Canada Anita Anand è il Ceta, e il suo percorso accidentato. Si tratta dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada elevato da Bruxelles a “standard aureo”, il fiore all’occhiello del commercio che si può sviluppare senza barriere.
La sua storia ha invece preso una piega differente: nell’autunno del 2016, all’ultimo miglio, lo stop della Vallonia ha fatto saltare la firma, costringendo l’allora presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a riconoscere che anche un piccolo Parlamento locale può fermare l’Europa. Il testo è comunque entrato in applicazione provvisoria nel 2017, senza tuttavia mai diventare pienamente operativo: dieci Parlamenti nazionali – Italia compresa – non hanno completato la ratifica, sotto la pressione di un mondo agricolo inquieto – ieri come oggi – per il rischio di dumping su export, ambiente e salute.
Von der Leyen: «Forte simbolo del commercio libero ed equo»
Lo scorso anno, in occasione di un summit con il premier canadese Mark Carney, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva messo in evidenza i risultati di questo accordo. Tra Ue e Canada, aveva detto in quell’occasione, «il 98% delle nostre tariffe doganali è pari a zero. Lo ripeto: zero. C’è stato un aumento del 17% degli scambi commerciali dal 2017. Solo nel 2023, il commercio totale ha raggiunto la ragguardevole cifra di 123 miliardi di euro. E grazie al Ceta, il Pil dell’Ue cresce di 3,2 miliardi, mentre il Canada registra un aumento di 1,3 miliardi di euro ogni anno. Quindi – aveva concluso von der Leyen – il Ceta rappresenta un forte simbolo del potere del commercio libero ed equo».
Lo studio commissionato dalla Commissione europea
Dal 2016, anno che ha preceduto l’entrata in vigore provvisoria dell’accordo di commerciale Ceta, lo scambio di beni e servizi tra l’Ue e il Canada è decollato, segnando un balzo del 71%. A rivelarlo è uno studio indipendente commissionato dalla Commissione europea, pubblicato in quei giorni, che aveva evidenziato i benefici economici e sociali dell’intesa. L’interscambio – si leggeva nel report rilanciato da Bruxelles – è passato da 72,2 miliardi di euro nel 2016 a 123 miliardi nel 2023. L’export europeo verso il Canada è aumentato del 64% per i beni e dell’81% per i servizi, con il Pil Ue che ha beneficiato di un incremento annuo pari a 3,2 miliardi di euro, attribuito direttamente agli effetti dell’accordo. Le vere protagoniste del Ceta sono state le Pmi, con un aumento del 20,3% nel numero di aziende esportatrici verso il Canada, superiore alla crescita registrata tra le grandi imprese (+13,8%). Il trattato, veniva messo ancora in evidenza, ha rafforzato anche la cooperazione sulle materie prime critiche – migliorando la sicurezza degli approvvigionamenti – e favorito l’accesso delle aziende Ue agli appalti pubblici canadesi, con un aumento dell’8,4% del valore dei contratti aggiudicati. In forte espansione anche gli scambi legati alla sostenibilità: +12% per i beni ambientali e +46% per i servizi green.






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