Storie Web venerdì, Giugno 5

«Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo». La chiave della strage di Amendolara è in questa frase. È scritta nel verbale reso il 2 giugno 2026 da Taj Mohammad Alamyar, afghano nato nel 1991, unico sopravvissuto alla Fiat Ulysse trasformata in una trappola di fuoco alla stazione di servizio IP, lungo la statale 106, in Calabria.

Dentro quell’auto sono morti carbonizzati quattro braccianti migranti: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Alamyar, ustionato e con un braccio fratturato, è riuscito a salvarsi lanciandosi dal bagagliaio mentre il veicolo bruciava. È il suo racconto, ora, a entrare nel cuore dell’ordinanza con cui il Gip di Castrovillari, Orvieto Matonti, ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Ali Raza e Safeer Ahmed, entrambi nati in Pakistan nel 1994 e residenti a Villapiana.

Le accuse sono pesantissime: omicidio plurimo aggravato e tentato omicidio aggravato, con le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della crudeltà.

Il racconto del superstite: il litigio, il coltello, poi il fuoco

Davanti agli investigatori, Alamyar ricostruisce le ore che precedono il rogo. Racconta la lite della mattina. Racconta l’hashish. Racconta il coltello. E lega tutto, fin dall’inizio, alla richiesta di essere pagati o di avere un contratto regolare.

«Ali aveva fumato hashish. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. (…) Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto».

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