Storie Web domenica, Febbraio 1
«Stealing isn’t innovation», perché Hollywood torna in campo contro l’Ai?

Il titolo? “Stealing isn’t innovation”, “il furto non è innovazione”. Ancora una volta attori di Hollywood, cantanti e creativi si schierano contro l’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale. Ad accendere i riflettori sulle potenziali violazioni del copyright legate all’Ai è Human Artistry Campaign che ha raccolto quasi 900 i firmatari tra cui Scarlett Johansson, Cate Blanchett, Billy Corgan e i Rem, riuniti sotto l’idea che «rubare il nostro lavoro non è innovazione. Non è progresso. È furto, puro e semplice». Sul sito della campagna, i sostenitori sottolineano che «esiste un modo migliore per agire. Attraverso accordi di licenza e partnership – spiegano – alcune aziende di intelligenza artificiale hanno intrapreso una strada responsabile ed etica per ottenere i contenuti e i materiali che desiderano utilizzare». Il monito non è contro la tecnologia in sé.

Scarlett Johansson

I precedenti.

Hollywood non è nuova a proteste contro l’IA: negli ultimi anni abbiamo visto scrittori e attori alzare la voce, perfino scioperi sindacali lunghi e duri nel 2023 dove sceneggiatori (Writers Guild of America) e attori (SAG-AFTRA) si sono messi in piazza contro gli studios anche per l’uso dell’IA e per proteggere compensi e diritti d’autore. In particolare, il sindacato degli attori ha compiuto il suo sciopero più lungo nella storia recente proprio per chiedere regole chiare sull’uso dell’IA che potesse replicare digitalmente performance d’attori senza giusta compensazione o consenso. L’anno scorso, Cate Blanchett, insieme a 400 registi, scrittori, attori e musicisti, ha firmato una lettera indirizzata alla Casa Bianca in cui si chiede di non cedere alle richieste dei big del tech di poter addestrare i propri sistemi su opere protette dal diritto d’autore, senza autorizzazione.

Perché protestano ancora?

Il cuore del conflitto risiede nel concetto di “addestramento” dei modelli generativi. Gli sceneggiatori sostengono che colossi tecnologici e studi di produzione abbiano utilizzato migliaia di script protetti, frutto di decenni di lavoro intellettuale, per alimentare algoritmi capaci di replicare stili, ritmi e strutture narrative senza mai versare un dollaro di licenza o chiedere il consenso agli autori originali. Dal punto di vista di un esperto di copyright, ci troviamo di fronte a una potenziale violazione sistematica della proprietà intellettuale su scala industriale, dove il prodotto finale rischia di diventare una “opera derivata” che però sfugge alle maglie della legge attuale.

Parallelamente, la battaglia si sposta sul terreno dei diritti d’immagine e della personalità. Per gli attori, la possibilità che le major acquisiscano il diritto di scansionare il loro corpo e la loro voce per generare performance sintetiche rappresenta un incubo legale. In assenza di clausole ferree, uno studio potrebbe teoricamente possedere il “gemello digitale” di un interprete, utilizzandolo in produzioni future senza che l’essere umano in carne e ossa debba mai tornare sul set o percepire i cosiddetti residuals, ovvero i compensi ricorrenti che garantiscono la stabilità economica degli artisti.

Questa resistenza collettiva mira a proteggere l’eccezionalità umana come unico requisito per la tutela legale. Se le macchine dovessero sostituire interamente la scrittura o la recitazione, il sistema del copyright collasserebbe, poiché la giurisprudenza attuale riconosce la protezione solo alle opere nate dall’ingegno umano. Gli scioperi e le proteste degli ultimi tempi sono dunque una manovra difensiva per impedire che l’industria si trasformi in una catena di montaggio automatizzata dove il valore economico viene drenato dai creativi verso i proprietari dei software, lasciando la cultura orfana di tutele legali e di un’identità autoriale certa.

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