Scarpette da corsa ai piedi e smartphone connesso tra le mani. Ora anche per i maratoneti – dilettanti o professionisti – la sfida passa dalla rete. Così Strava, nata ben sedici anni fa e ancora oggi tra le app più adottate dai runner, tiene assieme una nuova socialità tra schermi virtuali e competizioni reali. È il tempo del social-data con performance di allenamento, competizioni appassionate, relazioni costanti con la community.
Al bando i social generici di un tempo
Qui si diventa verticali attorno ad una pratica reale – corsa o bici – oltre il semplice scambio di contenuti multimediali. L’attività fisica viene tracciata, misurata e resa viva nella tribù, col runner che da mero dato ritorna ad essere persona. “Strava pianifica il debutto a Wall Street”, ha titolato pochi giorni fa il Financial Times anticipando una delle prossime Ipo in ambito tech. Lo certificano i numeri: 50 milioni di utenti attivi al mese e +80% di crescita annuale, con un boom dall’inafferrabile generazione Z. Con questi numeri la piattaforma ha staccato di parecchio i competitor. La società è stata valutata 2,2 miliardi di dollari. Da community a comunità il passo è breve. «La crescita ha coinciso con la moda della corsa, in particolare tra i giovani attenti agli stili di vita più sani. Oltre 1,1 milioni di persone hanno presentato domanda per partecipare alla maratona di Londra del 2026, con un aumento del +31% sull’anno scorso», scrive Stephanie Stacey. Ma c’è di più. Una quota sempre più vasta utilizza la piattaforma come se si trattasse di una app di dating. Un modo per ottenere il match giusto all’interno della stessa tribù, moltiplicando però l’effetto bolla. Benvenuti nei social che non sono più tali. Perché le piattaforme sparigliano le carte mescolando intrattenimento, relazione, tracciamento dati, non necessariamente in questo preciso ordine.
La battaglia dell’attenzione
Anche il nuovo report Digital 2026 di We Are Social in collaborazione con Meltwater e presentata in anteprima sul Sole 24 Ore fa emergere come gli utenti cerchino altro rispetto al passato. Anche se per i big tech la sfida è sempre quella: vincere nell’agone digitale la battaglia dell’attenzione. Ci sono sempre loro, ma con qualche new entry. Anche se da tempo se ne pronostica il ridimensionamento, oltre agli hype comunicativi i social guidano i consumi, con un tasso di utilizzo che raggiunge l’89,3 per cento.
Cinque giorni a settimana sui social
Gli italiani ci dedicano quasi 5 giorni a settimana, più di qualsiasi altro mezzo. TikTok è quello più usato con 1 ora e 30 minuti al giorno. A seguire YouTube, Instagram e WhatsApp. L’intelligenza artificiale generativa entra stabilmente nella dieta mediatica: il 26,2% ha utilizzato strumenti di AI generativa nell’ultimo mese. «Queste piattaforme diventano motori di raccomandazione visive immediate. Se un tempo la scoperta avveniva tramite keyword su Google, oggi avviene attraverso feed personalizzati, creator, recensioni spontanee e contenuti dal basso. Contemporaneamente a livello globale l’utilizzo mensile dei motori di ricerca è in calo, un trend iniziato ben prima dell’arrivo dell’AI generativa: questo segnala che il percorso di ricerca si sta frammentando e non è più centralizzato. Ed è qui che entra in gioco l’AI, che rappresenta la naturale evoluzione del modo in cui le persone cercano informazioni. Gli utenti non vogliono più “sfogliare link”, ma ottenere risposte sintetiche, personalizzate e contestualizzate. La navigazione non è più una linea retta, ma un percorso fluido che si muove tra piattaforme, algoritmi e nuove forme di fiducia», afferma Marta Prosperi, Influencer Marketing & Strategy Director di We Are Social.
Prosperi: «Le app di messaggistica al top»
Ma se l’AI diventa un nuovo livello di mediazione, lato dispositivi siamo ancora allo “smartphone-piglia-tutto”. «Anche quest’anno le app di messaggistica restano tra le piattaforme più utilizzate dagli italiani perché sono l’infrastruttura immediata della comunicazione quotidiana. A queste si aggiungono le chat private interne ai social che hanno assunto un ruolo centrale. Insieme formano un unico ecosistema in cui i messaggi diretti dominano: la maggior parte della condivisione avviene ormai in spazi chiusi dove ci si scambia reel, post, link e contenuti con un livello di fiducia, personalizzazione e intimità con un livello di fiducia, personalizzazione e intimità maggiore rispetto ai feed pubblici. Ora le interazioni con gli assistenti intelligenti avvengono spesso in forma di chat privata, con un tono colloquiale. Uno spazio personale, orientato alle proprie necessità», precisa Prosperi. Ma nonostante un mondo tech globalizzato, non c’è esperanto perché le lingue del digitale sono diverse e la diffusione social disomogenea. Un ecosistema frastagliato, insomma.













