La fonte dell’eterna giovinezza di Ponce de Leon è ancora lontana. Non illudiamoci. Ma questo non ci impedisce di sognare. Perché l’idea di riportare indietro l’orologio delle cellule retrocedendo di decine di anni fino a renderle di nuovo giovani ed in piena efficienza, forse non è impossibile da realizzare. Almeno in laboratorio. i precursori dei globuli rossi di un ottuagenario infatti sono stati riportati indietro nel tempo e addirittura, grazie alla riprogrammazione, sono stati trasformati in staminali con un’età molecolare da under-20. Il tutto in poco meno di due mesi – 50 giorni -, insomma, per guadagnare una sessantina d’anni. Ma non basta. C’è un’ulteriore conferma.
Le staminali che si ottengono in questo processo di laboratorio possono diventare neuroni. Ed è proprio questo l’aspetto più affascinante della ricerca coordinata da Oliver Brüstle, direttore dell’Istituto di Neurobiologia Ricostruttiva presso l’Ospedale Universitario di Bonn e della stessa Università apparsa su Aging Cell. Riprogrammando in provetta cellule umane, queste possono ritornare “bambine” e quindi trasformarsi, proprio grazie a processi di programmazione dell’ultrapiccolo, anche in unità nervose. Ed è proprio questo aspetto che apre affascinanti speranze, per ora solo ipotesi di lavoro, per trovare nuove vie per sfidare il decadimento cognitivo e la neurodegenerazione tipici della malattia di Alzheimer.
Riconvertire il sangue
I ricercatori dell’Istituto di Neurobiologia Ricostruttiva dell’Università di Bonn, hanno prelevato i precursori dei globuli rossi da donatori di età compresa tra la nascita e i 101 anni. Con due soli “interruttori” genetici, i fattori di trascrizione SOX2 e c-MYC, li hanno trasformati direttamente in cellule staminali neurali, cioè le progenitrici dei neuroni. Lo hanno fatto senza passare per lo stadio di cellula pluripotente, quella capace di diventare qualunque tessuto. Poi ne hanno misurato l’età con un orologio epigenetico. La sorpresa è che le cellule di un ottantenne sono risultate, sul piano molecolare, sotto i vent’anni. Il principio della riconversione dal sangue non è nuovo: lo stesso gruppo l’aveva descritto già nel 2018.
La vera novità sta nei tempi. Quando una cellula viene riportata alla pluripotenza, l’orologio si azzera quasi di colpo. Qui invece il ringiovanimento si distende su diverse settimane e prosegue anche quando le cellule smettono di dividersi. “Il dato più interessante non sono i sessant’anni guadagnati, ma la lentezza con cui li si guadagna – segnala Matteo Pardini, docente presso il Dipartimento di neuroscienze, riabilitazione, oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili (DINOGMI) dell’Università di Genova e dell’Azienda Ospedaliera Metropolitana Genovese –. Si tratta di un processo che dura settimane e si può osservare passo dopo passo, ma soprattutto si può provare a modificarlo. È questo che rende il lavoro prezioso per la ricerca”. Lo stesso Brüstle va in questa direzione: il modello, spiega, permetterà di capire quali fattori e quali sostanze accelerano o rallentano il ringiovanimento.
Dall’orologio all’Alzheimer
Insomma: si apre una finestra. Ma su che cosa? “Un orologio epigenetico è un algoritmo che stima l’età leggendo alcune modificazioni chimiche del DNA, la metilazione, che cambiano con gli anni – fa sapere Pardini –. È uno strumento potente, ma ci dice che alcuni parametri molecolari sono tornati a valori giovanili, non che la cellula sia “giovane” in tutto e per tutto. Gli autori mostrano anche che le cellule non presentano i segni tipici dell’invecchiamento e che le differenze tra donatori giovani e anziani si attenuano, e questo rafforza il risultato. Resta però un dato ottenuto su cellule in coltura”. Per quanto riguarda la neurodegenerazione legata all’Alzheimer, il legame c’è, ma è indiretto. L’età resta il principale fattore di rischio per la malattia, e capire come si riavvolge l’orologio delle cellule è una domanda importante. «Qui c’è un paradosso che vale la pena spiegare – sottolinea Pardini –. Per studiare in laboratorio una malattia legata all’invecchiamento servono neuroni che l’invecchiamento lo conservino. Per questo, quando vogliamo riprodurre il cervello di un paziente anziano, si preferiscono spesso tecniche che mantengono le impronte molecolari dell’età del donatore. Le cellule di Bonn quelle impronte le cancellano. Sono quindi un ottimo modello per studiare il ringiovanimento, meno per studiare la malattia”.
