È uno scenario da guerra quello della “Capitale del Nord” della Siria. Da tre giorni Aleppo, seconda città del Paese, è il cuore degli scontri tra fazioni siriane agli ordini del leader Ahmad Sharaa e le forze curdo-siriane presenti nei due quartieri a maggioranza curda. Le scuole sono chiuse, l’aeroporto internazionale non è attivo e i voli sono stati tutti dirottati a Damasco, bombardamenti di artiglieria hanno fatto scappare migliaia di persone, chiudendone molte di più in casa. Il bilancio degli scontri, tutto da aggiornare, conta già 16 morti e 140mila sfollati. «Il dispiegamento di carri armati e artiglieria nei quartieri di Aleppo – ha dichiarato Mazloum Abdi, leader curdo delle Forze democratiche siriane – i bombardamenti, lo sfollamento di civili disarmati e i tentativi di irruzione nei quartieri curdi durante i negoziati, minano la possibilità di raggiungere intese». Proprio domenica scorsa il leader era stato a Damasco per discutere l’attuazione dell’accordo con il governo siriano. Secca la dichiarazione del portavoce del ministero della Difesa turco, che ha affermato che Ankara sostiene la lotta siriana contro il terrorismo e che in caso di richiesta è disponibile a fornire assistenza.
Opposta la posizione di Israele. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito «gravi e pericolosi gli attacchi del regime siriano contro la minoranza curda di Aleppo» aggiungendo che «il silenzio della comunità internazionale porterà a una escalation di violenza».
Esprime grande preoccupazione per la situazione di Aleppo la Commissione europea, che invita alla moderazione, alla tutela dei civili e alla ricerca di una soluzione diplomatica. Preoccupazioni legittime, alla luce delle posizioni opposte di Turchia e Israele che rischiano di far assumere una dimensione regionale agli scontri.
Resta molto caldo anche il fronte di Gaza. Nonostante il cessate il fuoco in vigore da tre mesi, sette persone, tra cui quattro bambini, sono state uccise dai raid delle forze armate israeliane nella Striscia. Un drone ha attaccato una tenda di sfollati uccidendo un adulto e tre bambini, mentre le altre vittime sono il risultato di attacchi a sud e a nord dell’enclave. L’ennesimo allarme sulla gravità della situazione nella Striscia arriva dall’Alta rappresentante della Ue, Kaja Kallas, che afferma che «Hamas si rifiuta di disarmarsi» e «Israele limita il lavoro delle Ong internazionali mettendo a serio rischio l’accesso di aiuti umanitari». Una informazione confermata da Israele che ha dichiarato di aver vietato l’ingresso a Gaza al personale medico e umanitario straniero appartenente a organizzazioni a cui è stato ordinato di cessare l’attività, a meno che non registrino i dati dei dipendenti presso le autorità straniere. Tra queste Medici Senza Frontiere, Médecins du Monde Suisse e il Danish Refugee Council. Si dice pronto a inviare «truppe in Palestina» per il mantenimento della Pace il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez che spera «che rapidamente possa esserci il riconoscimento dei due stati».
Tensioni anche in Libano dove l’esercito ha affermato di aver disarmato le milizie di Hezbollah nel sud del Paese, ma Israele ha risposto definendo insufficienti e inefficienti gli sforzi compiuti.




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