I candidati che partecipano a una selezione per un posto di lavoro avranno il diritto di conoscere la retribuzione iniziale o la fascia salariale nella quale rientra la posizione. Questo dato dovrà essere fornito negli annunci e nei bandi con i quali sono comunicate le opportunità di lavoro. Inoltre, sarà vietato chiedere al candidato o alla candidata quanto guadagnava nel precedente impiego. Sono le prime due novità attese al debutto con l’entrata in vigore, a giugno, del decreto di recepimento della direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza salariale. La direttiva ha per obiettivo quello di rafforzare l’applicazione della parità retributiva tra uomini e donne, per uno stesso lavoro o per un lavoro «di pari valore», proprio attraverso la trasparenza salariale.
L’Italia è il primo grande Paese europeo a tagliare il traguardo del recepimento (finora lo ha fatto solo la Slovacchia): la bozza di decreto legislativo di attuazione è stata approvata in via definitiva dal Consiglio dei ministri il 30 aprile. Quasi tutti i grandi Paesi europei sono ancora alla fase di elaborazione delle norme attuative (si veda la mappa in pagina con i dati di Ius Laboris).
L’impatto sulle selezioni
Le agenzie per il lavoro, che curano sia le ricerche di personale per le aziende, sia la somministrazione di lavoratori, si preparano al debutto delle nuove regole, e alcune hanno già cominciato ad allineare gli annunci ai nuovi requisiti. «L’80% dei nostri annunci di lavoro – spiega Sirra Arnoldi, Legal & corporate affairs director di Randstad Italia – riporta già la retribuzione da offrire ai candidati o il range salariale. È importante per le aziende indicare non solo la retribuzione lorda annua ma l’intero pacchetto salariale, composto anche da remunerazioni variabili, benefit e così via».
Anche in Adecco il percorso di adeguamento alla direttiva è già cominciato, come spiega Claudio Soldà, Vice president Public affairs e Csr di The Adecco Group Italy. «Finora il 10% dei nostri annunci contiene l’indicazione della retribuzione», spiega. «Il motivo di una percentuale così bassa – aggiunge – è che quando cerchiamo una figura professionale in un territorio, per proporla alle aziende, pubblichiamo un annuncio che non può ancora contenere una indicazione precisa della retribuzione. Inoltre, se è un’azienda a chiederci di reclutare un lavoratore, non sempre ci fornisce una indicazione economica specifica. Da ora in poi, però, sarà obbligatorio».
Il divieto di chiedere ai candidati la retribuzione precedente, secondo gli operatori del settore, servirà a non perpetuare eventuali condizioni di svantaggio, soprattutto per le lavoratrici. «Essendo spesso costrette a un lavoro discontinuo – spiega ancora Claudio Soldà di Adecco- le candidate donne talvolta devono fare riferimento a stipendi percepiti anni prima, e così, se la nuova retribuzione viene allineata a quella, restano penalizzate. Rischiano, cioé, che a loro non sia proposto lo stipendio che l’azienda avrebbe offerto a un candidato di sesso maschile con un percorso professionale continuativo alle spalle».
