Il 3 giugno si saprà se e cosa Ursula von der Leyen avrà risposto alla lettera che Giorgia Meloni le ha inviato il 18 maggio. Una lettera in cui Roma chiede di trattare l’emergenza energetica con la stessa flessibilità fiscale riservata alle spese per la difesa. 

La risposta della Commissione è attesa come uno momento chiave: da essa dipende, almeno nelle intenzioni dichiarate del governo, la decisione finale sull’adesione al programma SAFE.

SAFE  (Security Action for Europe) è il nuovo strumento europeo da 150 miliardi di euro creato per rafforzare la difesa comune dell’UE. Il programma finanzia acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari europee. 

I Paesi che hanno già firmato un accordo di prestito con la Commissione sono Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio. L’Italia non figura tra questi, nonostante abbia a disposizione in teoria 14,9 miliardi di euro in prestiti a tassi più convenienti di quelli che può ottenere sui mercati obbligazionari.

L’intenzione del governo è di ridurre la richiesta italiana a soli 4-5 miliardi, lo stretto necessario per coprire i contratti già firmati, e di attendere mercoledì 3 giugno prima di formalizzare qualsiasi impegno.

Sul tavolo non c’è solo una normale interlocuzione tra Roma e Bruxelles, ma un passaggio rivelatore sul margine effettivo di manovra dell’esecutivo italiano nei dossier che oggi contano di più: flessibilità di bilancio, energia e difesa industriale. 

Il tono del confronto tra palazzo Chigi e la Commissione si è fatto più duro: il governo cerca di allargare gli spazi fiscali su più fronti contemporaneamente, dalla pressione del caro energia fino alle esigenze legate alla sicurezza, in un quadro caraterizzato da crescita prossima allo zero e di un’inflazione in netta risalita, proprio alla vigilia dell’anno elettorale. 

Ma più aumentano le richieste, più la Commissione vuole chiarezza sugli obiettivi e sulle coperture, e meno efficace diventa la leva della pressione politica. 

Una tattica negoziale 

Il governo si trova stretto su un doppio binario: da una parte gli impegni internazionali sulla difesa, dall’altra la necessità di dare risposte immediate a famiglie e imprese alle prese con gli effetti della crisi energetica. In questo contesto, usare il SAFE come leva, subordinarne l’accesso a una concessione di Bruxelles sulla flessibilità energetica, è una mossa negoziale comprensibile.

Meloni ha spiegato il ragionamento in modo diretto: “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. Se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese, rischiamo che non ci sia più niente da difendere.” In altre parole: la difesa, senza consenso sociale e senza una base economica stabile, non regge. 

A sostegno di questa strategia c’è stata una proposta parallela arrivata da Raffaele Fitto, che ha suggerito di riallocare i fondi strutturali europei esistenti per contrastare il caro energia. Nonostante la forte opposizione delle regioni, comprese quelle guidate dal centrodestra, l’idea ha fatto breccia a Roma, che la vede come una possibile via d’uscita dall’impasse.

 

SAFE e il futuro dell’industria europea

Il secondo punto riguarda SAFE. Una firma rinviata oltre i primi giorni di giugno aumenterebbe il costo politico del ritardo italiano e lascerebbe agli altri Stati più spazio nella definizione dei progetti comuni, come nel caso della Polonia che nel frattempo ha già ricevuto il primo pagamento di 6,6 miliardi.

Il punto è strutturale: SAFE ambisce a cambiare la struttura industriale europea della sicurezza, cioè la capacità dell’Europa di consolidare filiere, imprese, ricerca e produzione in un settore destinato a pesare sempre di più nelle scelte strategiche del continente. 

Per l’Italia, il dossier è importante non soltanto in termini finanziari, ma soprattutto per il posto che il Paese può conquistare dentro questa architettura, evitando di restare ai margini di una futura concentrazione industriale dominata da altri.

Con SAFE la partita diventa politica nel senso più pieno del termine: non si tratta solo di ottenere risorse, ma di rafforzare il peso dell’Italia nei meccanismi che definiranno l’industria europea del prossimo futuro, e non solo quella della difesa. 

Non accedere a quella quota, o accedervi in ritardo con una richiesta ridotta, significa cedere spazio nella definizione delle priorità industriali europee ad altri.

 

Misura tampone

Il terzo punto è la politica energetica del governo. Il rifinanziamento del taglio delle accise è diventato un obiettivo quasi obbligato, perché risponde a un’esigenza immediata di alleggerimento per famiglie e imprese. Meloni ha citato il taglio delle accise sul carburante come esempio di intervento per “impedire che esplodesse l’aumento dei prezzi.”

Il negoziato con Bruxelles, il capitolo SAFE e la gestione dell’energia non sono dossier separati, ma tasselli di una stessa difficoltà. La risposta di von der Leyen del 3 giugno sarà un banco di prova: se la Commissione concederà ulteriori margini fiscali per affrontare la crisi energetica, la tattica avrà funzionato e consentirà all’Italia di riuscire ancora a incidere sui dossier europei. In caso contrario si troverà costretta a operare entro margini di manovra sempre più ridotti, tra bilancio, energia e difesa.

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