
Stesso anno, il 1889, due capitali: a Roma, mentre si scava lungo la riva del Tevere per costruire il ponte Umberto I, emerge il sarcofago di Crepereia Tryphaena, una ragazza del II secolo che giace con i suoi gioielli; a Parigi, al 13 di rue de la Paix, sotto la Tour Eiffel edificata per l’Expo, i Cartier aprono la loro magnifica, nuova boutique, dalla quale spiccheranno il volo che li porterà a diventare il marchio più celebre della loro categoria. La penombra nostalgica del passato e le luci vitali del presente sono le stesse che si alternano nelle sale della mostra Cartier e il mito, che nel Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini evoca la relazione fra le storie e le forme dell’antichità e l’estetica (ma anche il business) della celebre maison.
A Roma è arrivata una buona parte della grande collezione Cartier, iniziata con lungimiranza nel 1983 da Pierre Rainero, che insieme a pezzi da collezioni private e musei (come il Marta, che a Taranto custodisce una delle raccolte di ori dell’antichità più belle del pianeta) è disposta sotto teche – un po’ da negozio, ma obbligate anche per la sicurezza – dove si riflettono gli sguardi delle statue di divinità, filosofi e imperatori. Il tema della mostra, la relazione con la dimensione del mito, pur se limitato alla sfera dell’antichità greca e romana, non coinvolge solo l’estetica, ma si addentra nei territori dell’antropologia, ed è per questo forse uno dei più complessi che Cartier abbia mai indagato nelle sue 44 esposizioni organizzate nel mondo. Il racconto firmato da Bianca Cappello con Stéphane Verger e Claudio Parisi Presicce, si esprime con l’evocazione, il suggerimento, più che con spiegazioni didascaliche.
Certo, alcuni rimandi sono più espliciti (gli orologi collocati nella Sala dei filosofi, il collier come il torque del Galata morente, le ghirlande di un cratere del I secolo riprese su un sontuoso devant de corsage), ma l’emozione del percorso scaturisce dal sentire che nei gioielli si nasconde il mito e il segreto delle origini dell’umanità, scintilla cosmica e insieme mistero sotterraneo. Come tali, canali di espressione del «tempo come immagine mobile dell’eternità» (Platone nel Timeo), sono anche strumenti per fingersi divinità: Livia Drusilla, come prima imperatrice anche prima donna divinizzata dell’era augustea, in un busto che apre la mostra indossa una corona di spighe come Cerere, incredibilmente simile alla vicina tiara dove le stesse infiorescenze sono di platino e diamanti. Nel 1907 Maria Bonaparte, discendente di Napoleone, per le nozze con il principe Giorgio di Grecia commissionò a Cartier una tiara con foglie di ulivo e perle, le prime rimando ad Atena, le seconde simbolo di nobiltà e purezza.
In epoca moderna la divinità diventa laica, conferita dalla ricchezza, come notò Thorstein Veblen che identificò il “consumo ostentativo” della borghesia del denaro americana, per cui il riferimento all’antico certificava cultura e buon gusto al di là delle mode. Il valore di questi “gnorismata”, segni di riconoscimento, i Cartier lo compresero bene, e non a caso scelsero motivi architettonici antichi anche nelle loro boutique-tempio, pur con l’intelligenza di seguire l’evoluzione del riferimento ai classici: quando l’Art Déco, per esempio, la predominanza del mito ancestrale lasciò spazio ad armonia e geometria classica, le clienti più che dee si identificavano in korai (molto appropriato il Delphos di Mariano ed Henriette Fortuny nella sala dove la statua dell’imperatrice Elena accoglie i visitatori).
Tuttavia il Simbolismo incombeva su questa apollineità, appropriandosi ancora una volta del senso più oscuro e potente dell’antico: sono gli anni in cui la direttrice creativa Jeanne Toussaint inventa la Pantera Cartier, che Dioniso condivide con la maison come animale totemico, e in cui i serpenti avvolgono collo e braccia come emblemi della dea Tellus. Nella seconda parte della mostra l’interessante scelta di valorizzare i minerali della terra abbassa le luci e conduce – anche olfattivamente, grazie alla diffusione delle fragranze create da Mathilde Laurent –nel fumoso e vulcanico antro di Efesto, il dio demiurgo che trasformava elementi naturali di banale composizione atomica in oggetti magnifici e magici. Il bracciale Love di Cartier, opera del 1969 del mai troppo ricordato Aldo Cipullo, che attanaglia il polso dell’amante stretto da un mini cacciavite, è la rete di bronzo con cui il geloso Efesto blocca Afrodite. Il collier con conchiglie del 1972 evoca la corona con il trionfo di animali che il dio creò per Pandora; il diadema del 1909 con grande diamante al centro, la corona che Efesto modellò per Arianna e che finì in cielo a comporre la costellazione della corona boreale. Nei suoi riflessi, ancora una volta, il passaggio dalla roccia alle stelle, dal tempo all’eternità.













