Dopo due anni particolarmente complessi, successivi agli eccessi registrati nel periodo post-pandemico e ai massimi raggiunti nel 2023, il settore del lusso mostra nel 2026 segnali concreti di ripresa. «Tuttavia, manca quel fattore di “feel good” che solitamente sostiene la spesa discrezionale nel settore – esordisce Manuel Lang analista di Vontobel. Il conflitto in Medio Oriente ha aggiunto un ulteriore livello di pressione a un settore già alle prese con l’incertezza macroeconomica e con un mercato cinese difficile, dove prevediamo che qualsiasi stabilizzazione rimarrà volatile. Il settore del lusso sta inoltre ancora affrontando una domanda aspirazionale più debole, in particolare in Cina, nonché le conseguenze di diversi anni di aumenti aggressivi dei prezzi che hanno messo a dura prova la disponibilità dei consumatori a pagare».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Prospettive più rosee

Nonostante le tensioni geopolitiche e il conflitto in Medio Oriente, il comparto dovrebbe chiudere il mese di giugno con una crescita stimata intorno al 4%. «Ma la ripresa non è uniforme – gli fa eco Flavio Cereda, Investment Director Luxury Brands di Gam -. C’è una forte polarizzazione in cui le performance divergono sensibilmente a seconda del posizionamento dei marchi e della clientela di riferimento». Come spiega l’esperto i brand maggiormente esposti ai consumatori ad alta capacità di spesa continuano a registrare risultati positivi, così come le maison che riescono a intercettare le tendenze del momento nel segmento più accessibile del mercato. «In diversi casi si osservano ancora tassi di crescita a doppia cifra – dettaglia ancora Cerera -. Maggiori difficoltà le hanno le società posizionate nella fascia intermedia o caratterizzate da una minore forza sul piano dell’appeal aspirazionale. Una complessità strutturale del mercato che appare più evidente rispetto a quanto osservato fino al 2019».

Elementi a sostegno

Tra gli elementi a sostegno la resilienza del consumatore statunitense, la creazione di ricchezza legata al comparto tecnologico – ben visibili in mercati come la Corea del Sud – e i segnali di graduale recupero della domanda cinese. Permangono invece elementi di debolezza in Europa, dove il consumatore continua a mostrare maggiore cautela, così come in Medio Oriente, inevitabilmente influenzato dall’attuale contesto geopolitico. «Guardando al medio termine, l’effetto ricchezza generato dalle future quotazioni nel settore dell’intelligenza artificiale potrebbe contribuire da solo a circa un punto percentuale di crescita del comparto nel 2027, con benefici concentrati soprattutto negli Stati Uniti», spiega ancora Cereda.

Dalla gioielleria all’ospitalità

«A nostro avviso, la prossima fase del ciclo premierà i marchi in grado di bilanciare una politica dei prezzi disciplinata con una crescita sostenibile dei volumi, senza indebolire il valore del marchio – conclude Lang -. Richemont rimane senza dubbio il gruppo con la migliore qualità, sostenuto dalla forte domanda per Cartier e Van Cleef & Arpels. Al contrario, restano esposti i gruppi più orientati alla moda, con un appeal del marchio più debole e una maggiore esposizione al consumatore aspirazionale. Merita infine una riflessione il comparto dell’esperienziale di fascia alta. Settori quali ospitalità, viaggi, crociere, benessere e salute continuano a registrare tassi di crescita particolarmente sostenuti, in molti casi senza precedenti storici, accompagnati da performance borsistiche di assoluto rilievo. È una dinamica che dovrebbe essere considerata parte integrante dell’evoluzione del mercato del lusso.

Tra i titoli che hanno meglio performato dall’inizio del conflitto in Medio Oriente troviamo Salvatore Ferragamo (+50%), Zegna (+16,5%), Cucinelli (-0,34%) e Moncler (-12%), più critica la situazione per Hermes (-20,55%) e Essilorluxottica (-25,84%).

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