Gli scarafaggi evocati da Jamie Dimon, numero uno della banca Usa Jp Morgan, sono stati avvistati anche in Europa? Pure da noi c’è di che preoccuparsi nel private credit? Per gli operatori del settore sembrerebbe di no. «L’allarme nel private credit è una questione prettamente americana – spiega Andrea Pescatori, Ad di Ver Capital –. Gli scarafaggi che vede Dimon sono soprattutto negli States. Il mercato europeo, e in particolare quello italiano, presenta caratteristiche strutturali e regolamentari che lo rendono molto più solido e meno esposto a crisi repentine».
I motivi di questa diversità
Ecco dunque, secondo Pescatori, alcuni motivi di questa diversità che ci metterebbero al sicuro: «In Europa il sistema rimane fortemente bancocentrico. Il private credit agisce in modo complementare alle banche; molte operazioni sono club deal realizzati insieme agli istituti bancari, seguendo i loro rigorosi standard creditizi. Negli Usa invece il mercato del corporate lending è in mano ai capital markets, ivi incluso il private credit, da oltre 35 anni».
C’è poi da aggiungere, evidenzia l’ad di Ver Capital, che «l’Europa ha accettato e applicato i criteri di Basilea, che impongono metodologie stringenti nella valutazione degli attivi bancari. Negli Usa c’è sempre stata una forte resistenza all’applicazione di Basilea da parte della Fed e delle grandi banche, portando a un mercato meno controllato e più liberalizzato». Infine, «negli Usa i mercati privati sono aperti al retail da anni. In Europa, l’allocazione è prevalentemente istituzionale e ciò elimina la volatilità da riscatto. Sebbene esistano gli Eltif per il retail, sono una goccia nell’oceano rispetto alla massa gestita, con una diffusione ancora molto limitata».
Prodotti da collocare bene
I prodotti di private credit vanno poi collocati in modo trasparente. «Per un collocamento efficace è essenziale coordinare al meglio la comunicazione pre e post collocamento – afferma Daniele Colantonio, partner di Anthilia Capital Partners –. In molti casi siamo coinvolti anche con dei video webinar con alcuni top client che vogliono rivolgere domande direttamente al gestore prima di sottoscrivere». E aggiunge: «Deve essere chiarito, oltre al tipo di sottostante, anche l’intero investment journey. Cosa succede dopo che un investitore ha sottoscritto, quanti Nav riceve, quando, quali distribuzioni sono previste ed in quanti anni si chiude la posizione. E poi vanno spiegate le opportunità e i rischi da cui deriva il rendimento». L’elemento da gestire più critico «è la diversa frequenza temporale con cui i clienti ricevono informazioni. Gli strumenti quotati generano una overdose di Nav mark-to-market che nulla ha a che fare con private markets. In questi mercati deve prevalere la pazienza».












