Storie Web domenica, Aprile 12

Senza un’adeguata trasparenza, anche i dati presumibilmente reali, come le bugie, hanno le gambe corte. E per il settore del private credit il rischio, con il passare del tempo, è proprio quello di perdere del tutto la credibilità. Non bastano più le narrative di rendimenti a due cifre per attrarre flussi di capitali da investitori privati e istituzionali: l’opacità alimenta sospetti e, soprattutto, ondate di riscatti che potrebbero via via diventare inarrestabili, con i gestori che faticano a vendere asset illiquidi senza svalutazioni forzate.

Per il settore del private debt è quindi tempo di cambiare rotta e imboccare la via della maggiore trasparenza e bisogna andare ben oltre quella minima attualmente prevista dalla regolamentazione internazionale. Solo così il private debt potrà passare da “club chiuso impenetrabile” a settore credibile, capace di attrarre capitali stabili anziché rincorrere i riscatti.

Al centro del problema c’è la valutazione degli asset: portafogli di prestiti non quotati, il cui valore viene stimato con modelli interni “mark-to-model” che ignorano deterioramenti reali, con valori che si svalutano anche nell’ordine del 20-30% repentinamente quando viene violata una clausola contrattuale del finanziamento (covenant) e, peggio ancora, se il debitore va in default.

Sono necessarie metodologie di valutazione verificabili real time dagli investitori. In un contesto di trend crescente dei riscatti, il settore del private credit non può permettersi di presentarsi al momento di liquidare gli asset, con valutazioni che differiscono significativamente da quelle di mercato. Così si alimentano dubbi su valutazioni gonfiate artificiosamente per attrarre capitali.

Non è pensabile di accrescere la reputazione e dare fiducia al mercato, quando non vengono diffuse neanche le masse raccolte e la tipologia di clientela a cui vengono offerti questi prodotti. Come emerge nelle pagine seguenti, molti operatori non hanno comunicato con granularità questi semplici dati a Plus24. Un’industria che ha messo in moto a Bruxelles un’intensa attività di lobbying per rafforzare l’offerta degli Eltif – con una versione 2.0 – e ampliare la platea di investitori potenziali. Ormai si vendono fondi di private credit con soglie minime di ingresso di un euro.

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