Storie Web martedì, Aprile 14

Non si chiude il fronte aperto sul Ponte sullo Stretto, l’opera da 13,5 miliardi che il governo, Salvini in testa, vuole cantierare ormai da 4 anni con alterna fortuna, soprattutto sul fronte giuridico. L’obiettivo oggi è correre per posare la prima pietra entro la fine della legislatura ma senza forzare la mano, ponendosi in direzione ostinata e contraria al dettame della Corte dei conti. Per questo adesso si lavora pancia a terra a riscrivere una delibera che questa volta possa incassare il placet dei magistrati contabili. Per il momento il ministero delle Infrastrutture, con il supporto della società concessionaria e delle altre amministrazioni, ha avviato i passaggi chiave: richiesta di parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici, coinvolgimento dell’Autorità di regolazione dei trasporti, definizione del nuovo Accordo di programma da sottoporre alla Corte dei conti e prosecuzione del dialogo con la Commissione europea.

La ripartenza dell’iter

La strada però è ancora in salita e riparte dal decreto Commissari che ha rimesso in fila l’iter per i vari passaggi, dal Cipess in poi. Dopo l’audizione del 24 marzo in Commissione Ambiente del Senato, l’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia ha inviato in Parlamento le osservazioni al decreto e al riavvio dell’opera. Un documento di 20 pagine che approfondisce, punto per punto, i rilievi già anticipati dal presidente Giuseppe Busìa: dubbi sulla compatibilità europea, perplessità sulla struttura finanziaria, critica secca al metodo scelto dal Governo. Dall’altra parte, la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera, respinge le accuse e rivendica la tenuta giuridica dell’impianto.

La mancata gara

La crepa più profonda resta quella già evidenziata in audizione: la mancata gara. Per l’Autorità «restano irrisolti i dubbi relativi alla compatibilità con la normativa europea», a partire dall’articolo 72 della direttiva appalti (la 24 del 2014) che nero su bianco stabilisce una soglia del 50% del prezzo dell’opera oltre la quale il progetto non si può più riavviare ma occorre bandire una nuova gara. Il punto è tecnico ma dirimente ed è stato una delle questioni sulla quale ha più battuto la Corte dei conti nella delibera con cui alla fine dell’anno scorso ha rispedito al mittente il progetto per l’opera: la riattivazione dei contratti del 2003, accompagnata da un aggiornamento profondo dei costi e delle condizioni, configura una «modifica sostanziale» che avrebbe richiesto una nuova procedura competitiva. E’ qui che le osservazioni inviate al Parlamento scandagliano il tema dei numeri. Per Anac il riferimento corretto resta il valore originario dell’opera, intorno ai 4 miliardi. Il Governo invece assume come base gli 8,5 miliardi aggiornati nel 2011. Una scelta che «finisce per applicare il limite del 50% non al contratto iniziale», ma a un valore già raddoppiato. In altre parole, c’è il rischio di sforare i limiti europei. La società concessionaria ribatte su questo punto con una linea netta. «L’aggiornamento del corrispettivo del contraente generale – spiega la società – è il risultato, pressoché esclusivo, dell’applicazione di clausole di indicizzazione dei prezzi già previste nel contratto originario del 2006», con un passaggio da 3,9 miliardi a 10,5 miliardi spiegato dall’inflazione e non da nuove opere. Non solo: «Le varianti per lavori – spiega la società guidata da Pietro Ciucci – vanno valutate singolarmente» e non cumulate, quindi non incidono sul tetto del 50%.

Il capitolo finanziario

 Ma andiamo avanti. Il secondo terreno di scontro è la struttura finanziaria. Qui la critica dell’Autorità è ancora più politica che tecnica. Il passaggio da un modello con forte presenza privata (project finance) a un finanziamento integralmente pubblico «costituisce una modifica sostanziale» che altera l’equilibrio del contratto. In sostanza, adesso, lo Stato si è accollato il rischio. Un profilo che la concessionaria respinge rilevando che «la gara riguardava unicamente la selezione del general contractor» e non un partenariato pubblico-privato. Non solo però. Perché Anac contesta anche i confini posti al parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici. «Ne deriva l’opportunità – rileva il documento – che il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti non si limiti a trasmettere al Consiglio la relazione del progettista, ma sottoponga all’esame dell’organo tecnico anche l’intero progetto esecutivo, in coerenza con quanto stabilito nel parere del 1997 e con la necessità di assicurare una valutazione piena, aggiornata e tecnicamente fondata dell’opera». Sul piano procedurale, Anac alza il tiro anche sul metodo. Non convince la scelta di intervenire con decreto-legge per recepire i rilievi della Corte dei conti. «Non appare condivisibile» perché si tratta di aspetti che potevano essere gestiti con atti amministrativi ordinari . Il rischio evocato è quello di «irrigidire il sistema» e moltiplicare il contenzioso.

Il fronte europeo

Sul fronte europeo, però, la distanza tra le parti sembra meno netta. Anac chiede un dialogo strutturato più ampio, che non si limiti alla direttiva Habitat ma includa anche la verifica sugli appalti. Il confronto con Bruxelles viene definito «imprescindibile». La società, dal canto suo, sostiene che questo confronto è già in corso e «prosegue positivamente sia per quanto riguarda la direttiva Habitat che per la direttiva appalti», con documenti inviati alle direzioni generali competenti e senza alcuna procedura d’infrazione aperta.

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