Storie Web venerdì, Ottobre 9

Quando si parla di Mezzogiorno, il rischio è di utilizzare parole che abbiamo già ascoltato: divari, ritardi, infrastrutture, occupazione, giovani che lasciano la propria terra. Parole vere, ma non più sufficienti a raccontare la complessità e le potenzialità di questa parte del Paese.

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Per questo ho letto con particolare attenzione il Rapporto curato da Roberto Garofoli. Perché, al di là delle singole proposte, pone una domanda essenziale: come trasformare la straordinaria stagione di investimenti che abbiamo vissuto in una prospettiva di sviluppo che duri nel tempo? Il Rapporto nasce dall’esigenza di interrogarsi sulla crescita dell’Italia dopo il Pnrr e mette in relazione coesione, competitività e qualità delle istituzioni che hanno accompagnato il percorso dell’Italia e del Sud in questi anni. È una domanda che riguarda l’intero Paese, ma che al Sud assume un peso particolare.

Il Mezzogiorno, negli ultimi anni, ha dimostrato di non essere condannato alla marginalità. Ha mostrato capacità produttiva, energia imprenditoriale, università e centri di ricerca capaci di competere, territori che hanno saputo attrarre investimenti e amministrazioni che, messe nelle condizioni di lavorare con continuità, hanno saputo realizzare programmi complessi e trasformare le risorse in cantieri, servizi e opere che oggi fanno parte della vita dei cittadini. Anche la Puglia ha dato una prova concreta di questa capacità, ma per questo non possiamo accontentarci dei risultati ottenuti: la crescita, se non diventa strutturale, rischia di rimanere una parentesi.

Il punto, quindi, è cosa resta di questi investimenti. Dobbiamo chiederci cosa abbiamo realizzato con questi fondi e cosa abbiamo imparato dalla gestione di questi programmi. Interrogativi validi per le istituzioni locali come per i governi alle prese con nuove politiche che sappiano accompagnare i territori.

Qui si si apre la questione più delicata. Siamo nella parte conclusiva della programmazione 2021-2027 e siamo chiamati a costruire il ciclo successivo. La fase transizione ci chiede quantomeno un supplemento di riflessione. Perché non possiamo arrivare a quel passaggio quando le risorse saranno già state definite e le regole già scritte, senza aver avviato un confronto tra gli attori in campo. Questo significa poter decidere se un territorio avrà le risorse per completare una infrastruttura, se un’impresa potrà contare su strumenti pluriennali per investire, se un’università potrà consolidare un percorso di ricerca, se un Comune potrà programmare un’opera senza trovarsi un vuoto finanziario.

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