Storie Web venerdì, Gennaio 2
Perché l’intelligence è una necessità sociale nell’era della disinformazione

Dalla disinformazione digitale all’intelligenza artificiale, dalla crisi della democrazia al ruolo dell’educazione: il professor Caligiuri in questa intervista, spiega perché oggi l’intelligence non riguarda solo gli Stati, ma cittadini, imprese e istituzioni democratiche.

1. L’intelligence come metodo di decisione
Lei sta facendo, da anni, una importante battaglia culturale: sostiene che l’intelligence sia diventata una «necessità sociale» per persone, aziende e Stati. In che modo questa funzione si è trasformata nell’era digitale e della disinformazione?

“L’Intelligence è il metodo che ciascuno di noi utilizza per assumere decisioni. Infatti, per qualunque scelta, noi raccogliamo, analizziamo e utilizziamo informazioni. Lo facciamo, prima di tutto, come persone per difenderci dalla emergenza educativa e democratica di questo tempo rappresentata dalla società della disinformazione, dove la realtà sta da una parte e la percezione pubblica della realtà esattamente dall’altra. L’intelligence serve alle aziende per affrontare una globalizzazione sempre più accentuata, che scava disuguaglianze sempre più profonde tra Stati, cittadini e classi sociali. Infine, è indispensabile anche agli Stati per garantire il benessere e la sicurezza dei cittadini. Una “necessità sociale”, appunto. Per tutti”.

2. Il ruolo dell’intelligence nella difesa della democrazia
Essere in grado di raccogliere informazioni sulla sicurezza nazionale in maniera preventiva e tempestiva, è indispensabile per illuminare i decisori pubblici in modo che possano garantire il corretto funzionamento delle istituzioni dei sistemi democratici. Fin da quando i nostri progenitori vivevano nelle caverne e sulle palafitte, l’adeguata valutazione delle informazioni ha sempre fatto la differenza tra la vita e la morte. Oggi non è cambiato nulla. Quindi lei afferma che l’intelligence può «difendere la democrazia da se stessa». Quali sono oggi, in Italia, le principali vulnerabilità democratiche che richiedono un rafforzamento della cultura dell’intelligence?

“Parto dal presupposto, elaborato nel IV secolo a.C. da Aristotele, che ogni sistema politico inevitabilmente degenera. E la democrazia si trasforma in demagogia, quella che oggi definiamo populismo. Nell’Occidente, la democrazia è in crisi a causa degli inadeguati meccanismi di formazione, selezione e controllo delle classi dirigenti. L’Italia non può fare eccezione. Gli Stati nascono con una funzione precisa: quella di assicurare la vita dei cittadini, che è il primo diritto che va garantito, poiché tutti gli altri ne sono una conseguenza. Pertanto, ampliare gli spazi culturali ritenendo l’intelligence uno strumento necessario per la democrazia, è un esercizio fondamentale, considerato che lo spirito del tempo è segnato dalle guerre e che siamo di fronte a una metamorfosi del mondo, dove nulla sarà come prima”.

3. Educazione, pensiero critico e formazione
Per lei l’intelligence dovrebbe diventare una disciplina di studio nelle scuole e nelle università. Quali competenze specifiche andrebbero sviluppate nei giovani per prepararli alla società dell’informazione?

“Prima di tutto bisogna partire dalla parola, o meglio dalla conoscenza delle parole, che fanno prendere corpo alla realtà e che sono atti di identità, perché dimostrano non solo quello che noi siamo ma soprattutto quello che vorremmo essere. E le parole non sono solo un modo di descrivere, ma anche un modo di pensare. Nel XXI secolo è fondamentale sviluppare la capacità di apprendere tutta la vita, per cui scuola e università devono coltivare queste abilità, piuttosto che continuare a fornire concetti e idee che fanno riferimento a un mondo in via di estinzione”

4. Evoluzione storica e rapporto con lo Stato
Guardando alla storia italiana – dal SISMI-SISDE fino a DIS, AISE e AISI – quali sono stati i cambiamenti più significativi nella relazione tra intelligence, istituzioni politiche e opinione pubblica?

“Dal 1977, anno della prima legge sui Servizi, approvata con un’ampia maggioranza politica, sono stati compiuti notevolissimi passi avanti, soprattutto attraverso l’istituzione del Comitato parlamentare di controllo. Con la riforma del 2007 sono stati ulteriormente definiti i rapporti con la magistratura, tanto che da allora non ci sono stati coinvolgimenti significativi di operatori dell’intelligence in processi giudiziari.

I progressi sono evidenti: nell’ultimo “Rapporto Italia 2025” elaborato dall’Eurispes, il gradimento dell’intelligence, da parte dell’opinione pubblica, supera quello dei partiti, dei sindacati, del governo e del parlamento”.

5. Intelligence e globalizzazione
Lei parla di una «asimmetria pericolosa» tra democrazie, poteri finanziari globali, Stati autoritari e criminalità organizzata. Qual è oggi il principale “gap” informativo che l’Italia deve colmare per proteggere il proprio interesse nazionale?

“Per proteggere l’interesse nazionale il “gap” più che informativo è soprattutto politico. Un quarto di secolo fa, prima dell’11 settembre, l’analista della CIA Robert David Steele sosteneva che ‘una buona Intelligence non serve in presenza di una cattiva politica’”.

6. Il ruolo della memoria nella previsione
Lei spesso sottolinea che il nostro cervello usa la memoria come strumento per immaginare il futuro. Quale ruolo ha la memoria istituzionale e operativa nell’intelligence italiana e quali rischi comporta la sua erosione?

“Italo Calvino affermava che ‘solo ciò che rimane nella memoria diventa definitivo’. Oggi stiamo demandando sempre più la facoltà umana della memoria ai dispositivi digitali, indebolendo le nostre capacità cognitive e quindi di intelligenza del mondo. I significati profondi delle tradizioni, della storia, delle istituzioni rappresentano le radici fondamentali di una comunità. Disperdere questo patrimonio, significa indebolire l’identità che è consapevolezza delle esistenze individuali e nazionali. Dobbiamo, pertanto, essere in connessione con le nostre vite, collegando passato, presente e futuro. Se non superiamo i traumi del passato, non riusciamo a vivere con consapevolezza il presente e quindi non siamo in grado di disegnare l’avvenire. E come questo vale per le persone, vale anche per le Nazioni”.

7. Il confronto tra intelligenza umana e artificiale
Lei descrive il nostro tempo come una “guerra” tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Quali sono, nella sua opinione, le priorità strategiche che l’Italia dovrebbe adottare per non subire, ma governare questo cambiamento?

“Il problema è talmente vasto, che quello che può fare una singola nazione, rischia di essere irrilevante, rappresentando solo un inutile spreco di risorse. Questo però non significa affatto evitare di affrontare il problema. Poiché non ne abbiamo al momento altre, la risposta più efficace, ma appunto quella meno immediata, è l’educazione. Non a caso, la migliore arma di una nazione è rappresentato da una cittadinanza istruita”.

8. Le prospettive future dell’intelligence democratica
Lei descrive un futuro in cui l’intelligence sarà sempre più centrale per la sopravvivenza delle democrazie, chiamate a confrontarsi con minacce globali, manipolazione digitale, poteri sovranazionali e lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale. Quali sono, secondo lei, le priorità strategiche che l’intelligence democratica dell’Occidente — e in particolare quella italiana — dovrà adottare per mantenere la sua funzione di tutela dell’interesse nazionale e della libertà dei cittadini in un contesto di crescente complessità e vulnerabilità?

“Quello che andrebbe fatto, è ritornare la realtà della politica, prestando attenzione ai bisogni veri e quotidiani delle persone. Invece il dibattito pubblico è interamente basato sulla propaganda, che tende non a fare ragionare ma a manipolare. Quando si parla di guerre cognitive, le più pericolose sono quelle che vengono intessute all’interno delle nazioni, non dall’esterno. Viene schiacciato tutto su una immediata rappresentazione del presente, dimenticando che oggi più che la velocità è importante la direzione”.

Mario Caligiuri, professore ordinario all’Università della Calabria, è considerato uno dei più significativi studiosi europei di intelligence a livello accademico. Dal 2018 è il Presidente della Società Italiana di Intelligence, che si prefigge di fare diventare l’Intelligence materia di studio nelle università del nostro Paese. Insegna nelle Alte Scuole della Repubblica e ha tenuto corsi, seminari e presentazioni di libri in oltre cinquanta atenei. E’ direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria e collabora con il Master in Intelligence and Emerging Technologies dell’Università di Udine. Ha scritto numerosi saggi sul tema dell’intelligence ed è autore della voce “Intelligence” nella X Appendice della “Enciclopedia Italiana”, edita dall’Istituto Treccani; nel 2016 del primo volume sulla Cyberintelligence nel nostro Paese edito da Donzelli. Nel 2025 ha pubblicato i volumi “Intelligence” (edito da Treccani) e “Il fuoco di Prometeo. Intelligence e e intelligenza artificiale (edito da Rubbettino).

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