Storie Web giovedì, Maggio 23
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Xi Jinping torna in Europa dopo 5 anni con una visita tra Francia, Serbia e Ungheria e con uno schema geopolitico profondamente mutato rispetto ad allora. Nel 2024 non si celebrano solo i 60 anni e i 75 anni di relazioni della Cina con Parigi e Budapest, ma anche i 25 anni dal bombardamento Nato dell’ambasciata cinese a Belgrado, che uccise tre cinesi durante la guerra del Kosovo.

Un’argomentazione quest’ultima usata dalla Cina per illustrare agli europei i timori della Russia e per paragonare il Kosovo (come parte della Serbia, ancora oggi non riconosciuto da Pechino) a Taiwan (come politica interna cinese).

Infatti, se da tempo gli europei premono su Xi perché influenzi Putin nel fermare gli attacchi, oggi la Cina non lascia passare inascoltate le recenti dichiarazioni di Macron volte a rafforzare l’autonomia strategica europea al di fuori dell’orbita Usa, tentando di costituire un fronte di paesi non-allineati in tre Stati profondamente diversi, ma uniti in misura distinta da visioni non uniformi (o avverse) a quelle della Nato.

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Secondo il Washington Post, è sempre più chiara la strategia cinese orientata a spaccare il fronte Occidentale, rendendo l’Europa più indipendente dagli Usa, così come sono sempre più evidenti gli strumenti di cui dispone per dividerla, sia sul piano politico (come in questo caso), e sia commerciale.

Se da una parte, infatti, l’Ue sta pensando a limitare l’import di auto elettriche e batterie cinesi, dall’altra la Cina minaccia ripercussioni su altri prodotti, come per esempio le stesse auto europee o il brandy (che importa per la quasi totalità dalla Francia) lasciando intuire di poter portare avanti i suoi commerci in Europa anche tramite altre porte di accesso, come per esempio l’Ungheria, la quale è attratta dai grandi investimenti infrastrutturali cinesi volti allo sviluppo della filiera dell’elettrico-green.

Francia: un rapporto intimo sferzato dalle intemperie

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Quanto accaduto tra Xi e Macron è una perfetta metafora del rapporto attuale tra le potenze. Xi è arrivato in Francia lunedì e martedì Macron lo ha accolto sui Pirenei, in una location molto cara all’infanzia del Presidente francese che richiama la sua precedente visita in Cina, dove fu Xi a condurlo in un luogo molto caro a lui personalmente. Purtroppo, anziché godere della bellissima vista dei Pirenei, i due leader hanno trovato nebbia fitta, folate di vento, neve e pioggia.

Il clima voluto dai francesi era festivo e rilassato ma l’atteggiamento di Xi è rimasto impassibile per la gran parte del tempo, mentre dai sorrisi e dagli applausi, sua moglie Peng Liyuan sembra aver apprezzato in maniera più esplicita.

Oltre alla visita a 7000 metri, Macron ha omaggiato il Presidente cinese con la maglia di Jonas Vingegaard, ciclista danese vincitore dell’ultimo Tour de France, facendo riferimento alla grande passione di Xi per lo sport. Per gli ufficiali francesi Macron è l’unico leader europeo ad aver creato un legame così stretto con il capo cinese, capace di comprendere il suo pensiero più intimo.

Una riflessione che sicuramente trova riscontro nel comunicato condiviso diffuso da Francia e Cina per condannare ogni forma di terrorismo, incluso l’attacco di Hamas di ottobre, ma che si scontra poi inevitabilmente con le differenze di vedute sui diritti umani, sulla guerra e più in generale, sulla capacità di venirsi incontro realmente su più fronti.

Sebbene Macron abbia, infatti, parlato del tema dei diritti umani, lo ha fatto con toni più moderati di quelli usati dalla sua candidata alle Europee, Valérie Hayer, che ha definito la situazione nello Xinjiang alla stregua di un genocidio. Un termine quest’ultimo, utilizzato oggi sia nei canali orientali e sia occidentali, per definire anche le nostre azioni in Medio Oriente.

Non a caso, se la Cina aveva già risposto a queste accuse, per esempio con il dossier sugli abusi umanitari in USA dal titolo “Can’t Breathe” – o puntando il dito sulle tragedie nel Mediterraneo – oggi questa leva di negoziazione ha certamente perso molta efficacia.

Il nodo delle auto elettriche

In sostanza, oltre alle apparenze, le richieste principali di Macron hanno riguardato – sul piano politico – un maggiore intervento nell’influenzare la Russia in Ucraina, e – sul piano commerciale – un limite alla “sovracapacità” cinese nel settore delle auto-elettriche, del fotovoltaico e delle batterie.

La Cina produce infatti 40 milioni di veicoli elettrici all’anno, ma riesce a venderne tre quarti. Allo stesso modo, un quinto delle auto elettriche vendute lo scorso anno in Ue (circa 300 mila) arrivano dalla Cina. In Francia e in Spagna, nel parlare di BEV (auto elettriche a batteria), questo rapporto raggiunge un terzo.

Secondo quanto riportato dall’azienda tedesca di assicurazioni “Allianz Trade”, entro il 2030 le auto elettriche cinesi potrebbero costare $7,7 miliardi di profitti persi ogni anno per produttori europei. Questo a meno che non venga incentivata la produzione di tecnologia in Europa, non vengano imposte nuove tariffe alla Cina, o non si convinca Pechino a produrre più auto nel nostro continente (con un impatto negativo a lungo termine sulla manifattura in Cina).

Le possibili ritorsioni

Tuttavia, sono numerose le modalità di ritorsione applicabili da Pechino. Se infatti a novembre l’Ue ha lanciato un’indagine anti-dumping sui veicoli elettrici cinesi, la risposta della Cina è arrivata a gennaio con la stessa indagine sull’import di Brandy europeo, che arriva per il 99,8% dalla Francia e vale $1,57 miliardi.

“(Le importazioni di brandy) potrebbero non essere di dimensioni molto grandi” afferma l’economista Alicia Garcia Herrero, “ma (l’indagine) ha un impatto molto grande in termini di avvertimento dell’Europa, in particolare della Francia in questo caso, su cosa potrebbe accadere se continuasse l’indagine antisovvenzioni sui NEV europei (veicoli a nuova energia). E perché la Francia? Perché, penso, la Francia è il paese europeo più semplice e sufficientemente grande da poter fermare tutto ciò, mentre la Germania potrebbe non farlo”.

Non si esclude inoltre la possibilità per i cinesi di colpire l’export di auto europee (in particolare quelle tedesche, francesi o italiane), e la Porsche sarebbe tra le principali vittime.

L’esito dell’incontro francese

Secondo Tara Varma del Brookings Institution “per Macron, il ritorno sull’investimento della sua affascinante offensiva potrebbe essere addirittura inferiore al previsto, sia sul commercio che sulla politica estera. Macron non vuole rinunciare a convincere Xi a fare di meno di Putin, ma non vi è alcuna indicazione che Xi lo farà. Il resto del tour europeo di Xi non suggerisce alcuna inclinazione a tale compromesso, né una maggiore volontà di limitare l’azione della Russia.”

Dello stesso parere anche il Financial Times. “Ciò che più colpisce della visita di Xi è che sembra non aver fatto concessioni sulle preoccupazioni commerciali dell’UE – per quanto riguarda l’eccesso di capacità della Cina nei veicoli elettrici e nella tecnologia verde, nei sussidi industriali e nell’accesso al mercato. Né sembra aver fornito alcuna rassicurazione sul fatto che la Cina limiterà il flusso verso la Russia di beni a duplice uso, che sostengono il suo sforzo bellico.” Inoltre “l’avvicinamento ai forti leader di Ungheria e Serbia avrà fatto ben poco per placare le preoccupazioni nelle principali capitali dell’UE riguardo alla visione autoritaria del mondo del leader cinese.”

La Serbia tra Nato e Taiwan

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Il passaggio in Serbia ha palesato meglio lo stato della geopolitica attuale. La Serbia non fa parte dell’Ue ed è storicamente avversa alla Nato e ben disposta nei confronti di Mosca e Pechino, anche sul piano militare. A Belgrado Xi è stato accolto da una piazza festante colma con oltre 10mila persone.

Qui, al fianco del presidente Aleksandar Vucic, il leader cinese ne ha approfittato per ribadire l’opposizione critica all’Alleanza Atlantica e alle potenze Occidentali, descritte come aggressive e imperialiste.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, il sito dell’Ambasciata cinese in Serbia ha pubblicato un banner in cui si ricordava il terribile bombardamento Nato del 1999, esprimendo come forma di solidarietà un parallelismo con la situazione cinese attuale e paragonando da fatto il Kosovo a Taiwan.

Ungheria: rapporti ai massimi storici

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L’Ungheria si pone invece in una via di mezzo tra Francia e Serbia: fa parte dell’Ue ed è membra Nato dal 1999 (stesso anno del bombardamento Nato in Serbia), ma al tempo stesso è molto critica con Washington e Bruxelles, non è allineata sull’Ucraina ed è vicina a Mosca e Pechino, a tal punto che il quotidiano filo-governativo “Hailing Hungary” ha definito il paese guidato da Orban come “l’obiettivo numero uno in Europa centro-orientale per gli investimenti cinesi.”

L’ultimo viaggio di Xi a Budapest risale a 15 anni fa e secondo quanto riportato dal Global Times (versione inglese del giornale di Partito, il Quotidiano del Popolo), il Presidente cinese avrebbe detto che le relazioni con l’Ungheria sono “al punto più alto della loro storia”.

Non solo Budapest è stata tra le prime a siglare gli accordi per la Nuova via della Seta, ma aspira anche ad avere un ruolo chiave nella nuova industria dell’elettrico green, ricercando accordo con i giganti dell’automotive cinese come BYD e Great Wall Motor per la creazione di fabbriche sul suolo ungherese.

Una soluzione che, come accennato in precedenza, potrebbe agevolare il mercato europeo più che quello cinese, se solo Bruxelles non avesse problemi a conferire questo ulteriore potere politico, economico e contrattuale a Orban, con il quale sono già stati innumerevoli i reciproci ricatti, come sui migranti e sui diritti civili.

“Orban scommette sulla Cina. È stato molto chiaro sul fatto che il suo governo vuole trasformare il paese in un hub logistico”, afferma sul Wall Street Journal l’analista Tamas Matura del Center for European Policy Analysis, “credono anche nella manifattura, nell’industria e nella reindustrializzazione del Paese, nella quale i cinesi sono fin troppo felici di aiutare.”

Un’Europa più autonoma o un’Europa più divisa?

Le scelte di Xi durante questo viaggio non esplicitano solo il potere di Pechino ma anche le sue opzioni ormai limitate. Come sottolineato da Yu Jie della Chatham House: “La prolungata competizione geopolitica della Cina con gli Stati Uniti ha già ridotto la scelta di Pechino di partner e consumatori europei.” Infatti, l’iniziativa in Europa centrale e orientale che univa 17 paesi all’interno del disegno infrastrutturale e geopolitico cinese è in gran parte naufragata a seguito del conflitto ucraino.

Paesi come l’Italia hanno sospeso il Memorandum siglato sulla Via della Seta mentre altre nazioni come Lituania e Repubblica Ceca hanno scelto un approccio maggiormente esplicito a supporto di Taiwan, esacerbando così le relazioni con Pechino e lanciando un monito sul supporto cinese alla crescita degli autoritarismi in Europa e nel resto del mondo.

Per il Washington Post “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 sembrava cementare un passaggio verso una visione più aggressiva, poiché l’Unione Europea e la maggior parte dei suoi stati membri hanno riconsiderato la saggezza di impegnarsi con regimi autoritari”.

Secondo Le Monde invece “La Cina ama affermare di volere un’Europa forte… Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Il suo scopo è quello di indebolire le democrazie occidentali, minando così il più possibile le relazioni transatlantiche, e perfino la stessa Unione Europea”.

Una cosa è certa, se le opzioni della Cina sono limitate lo sono anche quelle dell’Europa e in questo clima le due potenze sono sempre più distanti. Mentre Pechino solidarizza con le potenze maggiormente predisposte a influenzare o sfidare più apertamente Bruxelles e Washington, dall’altra l’Ue è timorosa ma cosciente di come il contributo cinese sia fondamentale per snodare la crisi ucraina e mediorientale.

Molto di questo però passa per lo sviluppo di una politica estera maggiormente autonoma dagli Stati Uniti, con o senza la volontà di Xi Jinping.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull’Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell’APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  

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