
Minneapolis non è diventata il centro dello scontro sull’immigrazione per caso. Nelle ultime settimane, la crisi tra autorità federali e leadership locale si è alimentata con un mix rarissimo di ingredienti: un’enorme inchiesta sulla frode dei rimborsi legati alla pandemia, una catena di uccisioni durante operazioni federali, tra cui quelle di Renee Nicole Good e Alex Pretti, una guida politica democratica (a livello cittadino e statale) che contesta l’impostazione di Washington e, sullo sfondo, una delle più grandi comunità somale degli Stati Uniti, trasformata in bersaglio simbolico. Il risultato è un laboratorio ad alta tensione: un’operazione che nasce come enforcement e diventa prova di forza politica, con un potenziale effetto domino su altre città americane. Nello stato che vive sotto zero per molti mesi dell’anno si sta combattendo la battaglia decisiva per il futuro delle sanctuary cities americane, cioè quelle giurisdizioni locali (di solito una città, a volte una contea o un intero stato) che limitano o rifiutano attivamente la cooperazione con il governo federale nelle operazioni legate all’immigrazione irregolare.
La strategia di Trump contro l’immigrazione
Durante la campagna per la presidenza e col ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha fatto dell’immigrazione uno dei pilastri centrali della sua agenda politica. Un tema che in passato non era tra le principali preoccupazioni degli elettori, prima del voto di novembre 2024 era schizzato invece ai primi posti. Tra le promesse del candidato Trump c’erano misure molto restrittive sui confini e sull’immigrazione interna: ad esempio, l’annuncio di condurre quella che ha descritto come «la più grande operazione di deportazione nella storia americana», la chiusura delle frontiere «non autorizzate», l’arresto e l’espulsione di chi attraversa illegalmente i confini, e l’uso di strumenti legali come l’expedited removal per allontanare senza udienze giudiziarie molti migranti irregolari. Per sostenere queste politiche ha poi emesso un ordine esecutivo che mira a negare fondi federali alle sanctuary cities e ad aumentare le sanzioni per chi non si registra come immigrato irregolare.
La tesi del presidente: comunità somala co-responsabile di frodi durante il Covid
Ma la motivazione ufficiale dell’amministrazione per il dispiegamento di oltre 2.000 agenti federali nella “Operation Metro Surge” è la lotta alla frode. L’occasione è stata fornita dallo scandalo “Feeding Our Future”, deflagrato già negli anni precedenti ma le cui indagini hanno raggiunto il culmine tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Si tratta della più grande frode sui rimborsi pandemici nella storia degli Stati Uniti: un buco da centinaia di milioni di dollari sottratti ai programmi alimentari federali destinati ai bambini bisognosi durante la fase più acuta delle infezioni da Covid-19. Secondo l’accusa, una rete di organizzazioni no-profit fittizie avrebbe fatturato milioni di pasti mai serviti. Poiché molti degli indagati (78 incriminati a fine 2025) appartengono alla comunità somala o sono legati a figure locali, l’amministrazione ha utilizzato questo scandalo per giustificare un intervento federale massiccio, sostenendo che i funzionari pubblici di Minneapolis e dello Stato fossero complici o incapaci di gestire la corruzione. Non è più solo una questione di polizia; è diventata una questione di sicurezza nazionale agli occhi di Washington, cosa che permette all’Ice e all’Fbi di aggirare le giurisdizioni locali con un mandato senza precedenti.
Lo scontro col sindaco di Minneapolis Jacob Frey
Il Minnesota rappresenta l’antagonista politico ideale. Lo scontro istituzionale è totale perché i vertici locali sono democratici che hanno messo i diritti civili prima delle norme sulla sicurezza o sull’immigrazione. Nelle scorse settimane, il Dipartimento di Giustizia ha compiuto il passo senza precedenti di inviare mandati di comparizione (subpoena) al governatore Tim Walz (già candidato vicepresidente con Kamala Harris) e al sindaco di Minneapolis Jacob Frey, accusandoli di «ostruzione all’applicazione delle leggi federali» per il loro rifiuto di far collaborare la polizia locale con le squadre di deportazione. Walz ha definito gli agenti federali inviati da Trump come «una forza di occupazione violenta e non addestrata», chiedendone l’immediato ritiro dopo le sparatorie.
Una comuniutà sotto accusa che vive nel terrore
Il cuore emotivo e demografico della crisi è la vasta comunità somala del Minnesota (oltre 80.000 persone), la più grande degli Usa. La retorica presidenziale è stata incendiaria, definendo elementi della comunità «spazzatura» e accusandoli di aver «saccheggiato il sistema». Ma cosa dicono i dati sulla sicurezza? Su dati e percezione c’è un dibattito acceso e polarizzato. Alcune analisi, come quelle citate dal City Journal nel gennaio 2026, sostengono che, normalizzando i dati per età e sesso, i tassi di incarcerazione tra gli immigrati somali siano da due a quattro volte superiori rispetto ai bianchi. I leader della comunità e le organizzazioni per i diritti civili denunciano che queste statistiche sono distorte da un over-policing (eccesso di controllo di polizia) sistemico.




-U15513058738shh-1440x752@IlSole24Ore-Web.jpg?r=1170x507)



