
Il futuro della pellicceria in Europa è in bilico. La Commissione Europea è chiamata a rispondere all’Iniziativa dei Cittadini Europei “Fur Free Europe” ed entro marzo 2026 dovrà decidere se proporre di vietare l’allevamento di animali per la produzione di pellicce – come richiesto da oltre 1,5 milioni di firmatari – o introdurre “standard minimi di benessere animale”.
“Non esiste modo di garantire condizioni di benessere adeguate a specie selvatiche rinchiuse in gabbia, e continuare a sfruttarle solo per fini commerciali è eticamente ingiustificabile”, dichiara l’eurodeputata Cristina Guarda (I Verdi/Alleanza Libera Europea). “È ora che l’UE vi ponga fine, tutelando così gli animali, la salute pubblica e la coerenza del mercato interno europeo. Urge sempre di più una riforma completa della legislazione sul benessere animale, come promesso dalla Commissione, che tenga conto anche di questi aspetti”.
Nel 2015, nell’UE si producevano ancora 45 milioni di pelli, ma il settore era in crisi da tempo: dagli anni ’80 la sensibilità per il benessere animale è cresciuta, le maison di moda hanno progressivamente smesso di usare pelliccia animale e i primi paesi europei hanno imposto divieti all’allevamento di animali per questo scopo.
A oggi, nell’UE, vigono divieti in Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovenia e Slovacchia. È dei primi di dicembre la promulgazione dell’ultimo divieto in Polonia. In Germania la normativa è talmente stringente da rendere l’attività economicamente insostenibile, mentre Danimarca, Svezia e Ungheria hanno imposto divieti per alcune specie; in Spagna non è più permesso avviare allevamenti di visoni.
Nell’ultimo decennio, il numero di allevamenti in Europa è diminuito del 73% e la produzione di pelli è crollata dell’86%. Il valore delle vendite è sceso del 92%. Una valutazione economica dettagliata, pubblicata nel 2025 dall’economista Griffin Carpenter, presenta un quadro ancora più drammatico. Il settore europeo della pelliccia – che nel 2024 produceva 6,3 milioni di pelli con vendite per 183 milioni di euro – genera in realtà un valore aggiunto lordo negativo pari a -9,2 milioni di euro: un valore paragonabile a quello del noleggio di videocassette – settore altrettanto obsoleto e destinato a scomparire.
Non si tratta solo di un modello imprenditoriale in declino: il settore impone anche un costo rilevante alla società. Carpenter sostiene che, tenendo conto degli impatti ambientali e sanitari dell’allevamento di animali per la produzione di pellicce, come l’inquinamento da liquami, l’eutrofizzazione, le emissioni di carbonio, l’immissione di farmaci veterinari negli ecosistemi, l’impatto delle specie aliene invasive sulla biodiversità e l’elevato rischio di spillover virale, il costo annuale per la collettività raggiunge i 446 milioni di euro. Si tratta di costi reali a carico dei contribuenti europei, delle comunità rurali, dei sistemi sanitari e degli ecosistemi – nessuno dei quali ottiene un ritorno economico significativo.
“Negli ultimi anni è cresciuta una nuova consapevolezza etica: sempre più cittadini riconoscono il benessere degli animali come un principio che deve guidare anche l’attività economica. Per questo, è indispensabile dare piena ed effettiva attuazione alle norme già approvate in Italia e compiere il passo successivo a livello europeo, con un divieto definitivo dell’allevamento di animali per la produzione di pellicce”, dichiara l’eurodeputato Brando Benifei (S&D).
Per la sua esigua rilevanza economica, l’allevamento di animali per la produzione di pellicce è stato vietato in Italia dal gennaio 2022. Con un emendamento alla Legge di Bilancio 2022, non solo è stato introdotto il divieto, ma sono anche stati stanziati 6 milioni per indennizzare, in due anni, i pochi allevatori ancora in attività. Sulla sorte degli animali doveva intervenire, entro un mese, un decreto attuativo e la dismissione delle strutture era stata scadenzata per il 30 giugno del medesimo anno.
A oggi, invece, la situazione presenta un’anomalia giuridica e sanitaria. Gli animali dalle gabbie non sono mai usciti, se non morti, a seguito degli abbattimenti sanitari che hanno interessato alcuni degli allevamenti, colpiti dal SARS-CoV-2. Il decreto per permetterne un ipotetico trasferimento manca per motivi che i Ministeri competenti non riferiscono, nemmeno quando interpellati mediante interrogazioni parlamentari, e l’unica strategia di uscita sembra essere quella del contagio e dell’abbattimento.
Non è chiaro se nel biennio 2024-2025 gli allevatori abbiano percepito ulteriori indennizzi o come abbiano mantenuto gli animali. L’unica certezza è che sarebbe stato più utile e sensato avallare la prima versione dell’emendamento che stanziava anche dei fondi per la riconversione ecologica delle strutture, invece che lasciare allevatori e animali nell’attuale limbo attuativo – scelta miope delle forze politiche reazionarie, storicamente “amiche” del settore.
“Il business dell’allevamento di animali per la produzione di pellicce è un vicolo cieco economico e comporta rischi sanitari che l’Europa non può più ignorare. L’unica scelta realmente etica è porvi fine una volta per tutte. Serve un divieto a livello UE accompagnato da una fase di dismissione ben strutturata, che garantisca una transizione giusta per quei pochi allevatori europei ancora coinvolti in questa pratica superata”, conclude l’eurodeputata Carolina Morace (The Left).
Migliaia di persone hanno già firmato una lettera aperta dell’organizzazione Humane World for Animals al Commissario europeo Várhelyi, chiedendo tale divieto.












