Oltre a un riavvicinamento tra Nasa ed Esa dopo il passo indietro sul Lunar Gateway, gli europei riusciranno anche a creare un loro piano B per l’autonomia nello Spazio? «Le due cose non si escludono, e l’avvicinamento c’è già stato». Lo dice Luca Parmitano commentando in un punto stampa l’annuncio della sua inclusione nell’equipaggio della missione Artemis III della Nasa. «Abbiamo visto qui a Houston il Dg dell’Esa Josef Aschbacher (presente per la presentazione dell’equipaggio, ndr) parlare con Jared Isaacman della Nasa del futuro contributo europeo al programma Artemis III. Stiamo dimostrando di essere dei partner sui quali contare e sappiamo anche di avere un pezzo di tecnologia che è indispensabile, il modulo di servizio europeo, e altri che arriveranno per le fasi più avanzate come i lander e così via», ha spiegato Parmitano. «Allo stesso tempo, se vogliamo essere in grado, come europei, di contribuire con valori, collaborazione, cooperazione e per il bene di tutti, dobbiamo avere la capacità di un accesso indipendente allo spazio ed è questo che proporremo ai nostri paesi membri forti delle nostre competenze», ha aggiunto l’astronauta.
Il punto di vista sull’Italia, in ogni caso, è ottimista: «Le dichiarazioni di poche settimane fa del governo e dell’Asi sul fatto che» il Paese «vuole essere al centro dell’esplorazione con la costruzione dei moduli di superficie rappresentano un segnale estremamente positivo». I segnali lanciati dall’Italia rappresentano «la volontà di esserci e la volontà di essere, insieme all’Agenzia spaziale europea, un partner sul quale si possa contare con i suoi mezzi, con le sue università, con le sue industrie e con i suoi astronauti».
Quanto al futuro di Artemis, potrebbe essere rosa. «Non mi sorprenderebbe affatto se nella prossima missione Artemis vedessimo un equipaggio guidato da colleghe donne», dichiara Parmitano. Nelle ore successive all’annucio della squadra «è stato chiesto al nostro equipaggio se siamo consapevoli del fatto di essere tutti uomini e che non ci sia una donna. Onestamente sono rimasto molto sorpreso», racconta. «Innanzitutto perché abbiamo un ottimo livello di diversity. E poi io vengo da una missione in cui avevo a bordo due colleghe, di cui una è adesso a bordo della Stazione spaziale internazionale, pronta a prendere il comando fra poco. Ed è appena rientrata una missione dove il comandante e il pilota erano due colleghe americane. E sta per partirne un’altra».







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