Storie Web mercoledì, Gennaio 14
Parkinson, ecco il pacemaker cerebrale che può ridurre i disturbi del movimento

Un impulso elettrico che parte da un neurostimolatore e raggiunge, tramite due elettrodi, le aree del cervello che controllano il movimento. Funziona così il sistema, simile a un pace maker, per la stimolazione cerebrale profonda (DBS, Deep Brain Stimulation), impiantabile tramite un intervento neurochirurgico e in grado di ridurre disturbi quali i tremori, tipici della Malattia di Parkinson, o le discinesie, che possono generare spasmi, rallentamenti, posture rigide. Il trattamento risulta essere efficace anche in alcuni casi di epilessia ed è in fase di studio anche per gravi malattie psichiatriche.

I benefici per i pazienti e l’esperienza al San Camillo

Per i pazienti i vantaggi sono molteplici: una riduzione dei farmaci normalmente assunti, un netto miglioramento della qualità della vita, una maggiore autonomia, con un conseguente alleggerimento dell’attività di supporto per i caregiver. La tecnica è stata introdotta recentemente per persone affette da Malattia di Parkinson all’Ospedale San Camillo di Roma, l’unico presidio pubblico del Lazio a offrire questa metodica, impiegata in altri centri e nota da trent’anni, ma poco diffusa nel Centro-Sud Italia. “E’ un trattamento ultraspecialistico ad alta complessità e precisione che richiede un’attenta selezione e gestione del paziente candidabile da parte di un gruppo multidisciplinare, l’utilizzo di strumentazioni molto raffinate e tecnologie moderne e innovative, oltre all’acquisizione di competenze specifiche di operatori esperti. Gli aspetti innovativi legati all’intervento chirurgico sono lo sviluppo costante della tecnologia, degli elettrodi e dei pacemaker e lo sviluppo di una gestione clinica integrata a 360° che vede protagonisti, oltre al neurochirurgo, neurologi, neuroanestesisti e neuropsicologi”, spiega Riccardo Antonio Ricciuti, primario dell’U.O. di Neurochirurgia del nosocomio romano.

L’inquadramento del paziente candidabile

Non si tratta di un intervento adatto a tutti, dunque. “Per selezionare il paziente – prosegue lo specialista – è infatti necessaria la collaborazione con neurologi specialisti ed esperti delle patologie trattabili con la stimolazione cerebrale profonda. Nel caso di pazienti con Malattia di Parkinson, sono eleggibili quelli con meno di 70 anni, che hanno risposto bene negli anni alla terapia con dopamina, ma hanno riscontrato effetti collaterali riconducibili alla cinetica del farmaco”. Questa tecnica potrebbe giovare a circa il 20% dei pazienti con Parkinson, con ricadute positive anche in termini di farmaco-economia, perché si riduce la dose del medicinale assunta prima dell’intervento. L’équipe della Neurochirurgia, oltre alla collaborazione con i colleghi della Neurologia diretta da Claudio Gasperini, si avvale del contributo del gruppo della Neurologia del Campus Biomedico, diretta dal professor Vincenzo Di Lazzaro, e dell’assistenza continua per la selezione, durante la procedura e nel follow up, del dottor Massimo Marano, esperto dei disturbi del movimento.

Chirurgia con paziente sveglio

L’intervento richiede anche specifiche competenze anestesiologiche. Nella maggior parte dei casi, la prima parte della procedura si esegue con paziente sveglio, grazie alle competenze acquisite dagli anestesisti del team, diretti da Fabiola Lapolla. Le tecnica DBS prevede infatti due step. “La prima fase – specifica Ricciuti – è quella del posizionamento degli elettrodi in nuclei profondi del cervello delle dimensioni di 5, 7 o 11 millimetri a seconda del disturbo da trattare, attraverso due forellini di un centimetro nella teca cranica in awake surgery, quindi con il paziente che non sente dolore, ma può interagire con il neurologo per controllare già in sala operatoria il funzionamento del device che nella seconda fase, con un’anestesia tradizionale, sarà impiantato sotto alla clavicola”. Per orientarsi all’interno del cranio, il neurochirurgo dispone di un neuronavigatore, una sorta di GPS che consente di arrivare in maniera precisa, attraverso le immagini di risonanza magnetica o tac restituite da uno schermo, alle aree del cervello da stimolare e nelle quali posizionare i cavi.

Sostegno psicologico e follow up con il neurologo

La presa in carico del malato è a 360 gradi: il reparto ha a disposizione anche due psicologhe, presenti anche in sala operatoria per garantire un maggior supporto al paziente. La degenza dura da tre a sette giorni, a seconda della complessità dei casi. Il “pace maker” sarà poi attivato dal neurologo a distanza di tre settimane circa dall’operazione, tempo necessario per consentire al paziente un’efficace ripresa, nell’ambito degli stretti controlli cui il paziente è sottoposto. “E’ una grande soddisfazione – conclude Ricciuti – aver introdotto nella routine della neurochirurgia gli interventi di chirurgia della malattia di Parkinson attraverso la stimolazione cerebrale profonda in una realtà di altissima competenza professionale e di complessità come quella del San Camillo, dedicata principalmente alla patologia di emergenza ed urgenza. Ciò è reso possibile dal lavoro quotidiano della mia équipe, composta da professionisti maturi di comprovata esperienza chirurgica e da colleghi più giovani curiosi e interessati all’acquisizione di nuove tecniche”.

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