
A Bolzano un gigante d’alluminio che a metà del secolo scorso sputava metallo si è trasformato in polo di attrazione per università, imprese e startup. All’epoca l’Alumix era in grado di soddisfare due terzi della domanda nazionale. Tra capannoni e ciminiere si condensava la grammatica dell’industria pesante. Poi la chiusura, il vuoto, la riconversione. Siamo nella piana industriale dove l’Isarco confluisce nell’Adige. Ma proprio in questi ex impianti di produzione dal 2017 trova casa Noi Techpark, polo scientifico e tecnologico della provincia di Bolzano. Così dove prima si forgiava alluminio, oggi si disegnano prototipi.
È un cambio di paradigma infrastrutturale e culturale. La fabbrica cambia pelle e diventa plurale, trasformandosi in ecosistema. «Rappresentiamo il passaggio da una fabbrica pesante a una fabbrica di idee, dove al ronzio dell’alta tensione e dei trasformatori si è sostituito il brusio creativo di ricercatori, universitari e innovatori. Ma è rimasto un luogo fatto di persone e oggi attrattivo per i giovani talenti da tutto il mondo», afferma Giuseppe Salghetti Drioli, Responsabile Comunicazione di Noi Techpark. Quell’acronimo per esteso sta per Nature of Innovation. Su otto ettari di archeologia industriale riconvertita si muove una comunità che fa ricerca e innovazione applicata: 80 aziende e 38 start up con più di 70 laboratori di prototipazione. «La scelta più radicale è stata unire in modo strategico nello stesso luogo fisico più settori e competenze, portando scienza ed economia a collaborare insieme. La vecchia fabbrica era arrivata a contare mille operai, la nostra community conta oggi almeno quindici lingue da decine di Paesi e un totale di 2.400 persone altamente qualificate. Vogliamo favorire quanto più possibile l’integrazione tra esperienze e conoscenze diverse: avvicinare le persone per avvicinare le idee in grado di migliorare il mondo», dice Salghetti Drioli.
Parchi, manca il riconoscimento giuridico
Quello di Bolzano non è un caso isolato. L’avanzata dei parchi scientifici e tecnologici si registra in tutta Italia e diventa crocevia di tecnologie e competenze. Queste realtà producono valore, anche se restano invisibili dal punto di vista giuridico perché non ancora regolamentate. Eppure i parchi scientifici – oltre una trentina in Italia – sono leva di abilitazione dell’innovazione pubblico-privato perché tengono assieme ricerca, tecnologie, capitale umano e bandi locali e sovranazionali. Emerge una varietà di modelli operativi: da quelli privati come il Kilometro Rosso, Road-Rome Advanced District o Open Zone a quelli a partecipazione pubblica come ComoNext, Noi Techpark, BioIndustry Park Fumero o Polo tecnologico di Navacchio.
Ciron (InnovUp): «Nodi strategici di filiera»
PwC Italia e InnovUp hanno promosso il loro primo identikit, presentato in anteprima sul Sole 24 Ore, con una mappa geolocalizzata e una survey che restituisce l’immagine di realtà che stanno diventando infrastrutture strategiche. «Il salto di paradigma è che i parchi non sono più solo luoghi fisici o meri contenitori che ospitano imprese, ma nodi strategici di filiera che integrano trasferimento tecnologico, open innovation e servizi avanzati connessi ad università, centri di ricerca e service provider. L’obiettivo è generare valore e un significativo impatto economico e sociale sul territorio», afferma Giorgio Ciron, Direttore di Innovup.
Come rafforzare l’ecosistema?
C’è poi il nodo frammentazione dell’ecosistema che limita visibilità, capacità di coordinamento e accesso ai finanziamenti. Di fatto i parchi – suggeriscono i ricercatori del report – devono migliorare i servizi, attrarre finanziamenti e rafforzare l’ecosistema innovativo. Emerge la necessità di un modello integrato per superare la frammentazione. La ricerca conferma l’aumento dell’incidenza delle attività di trasferimento tecnologico sui ricavi. Tra le principali difficoltà si evidenziano il coinvolgimento delle imprese (63%) e il coordinamento con enti pubblici (50%), aggravate appunto dall’assenza di un riconoscimento giuridico.










