Il 29 giugno scorso per i ghiacciai svizzeri è scattato il Glacier Loss Day: la neve accumulata durante l’inverno non basta più a compensare lo scioglimento estivo e ogni ulteriore fusione comporta una perdita netta di ghiaccio. In altre parole, non si sta più sciogliendo soltanto la neve caduta nei mesi scorsi: ora i ghiacciai stanno consumando il loro ghiaccio antico, formato negli anni, nei decenni e in alcuni casi nei secoli.
La soglia è stata raggiunta il 29 giugno, la seconda data più precoce dall’inizio delle rilevazioni, dopo il record del 2022. Secondo GLAMOS, la rete svizzera di monitoraggio dei ghiacciai, il caldo anomalo di maggio e giugno ha accelerato la scomparsa delle riserve invernali, lasciando i ghiacciai esposti a mesi di ulteriore fusione.
Sul ghiacciaio del Rodano, nelle Alpi svizzere, i ricercatori hanno misurato perdite molto rapide: in un sito di osservazione sono scomparsi circa 1,5 metri di ghiaccio in sole due settimane di caldo estremo. Secondo Matthias Huss, direttore di GLAMOS, la situazione è ormai vicina a quella del 2022, l’anno peggiore mai registrato per i ghiacciai svizzeri.
Il ritiro è visibile anche ai visitatori. Chi torna in questi luoghi dopo anni parla di un paesaggio trasformato, con le superfici di roccia levigate dal ghiaccio ormai scoperte e il fronte del ghiacciaio sempre più arretrato. Per i ricercatori, il fenomeno conferma il legame sempre più stretto tra la perdita di massa glaciale, l’aumento delle temperature e la frequenza delle ondate di calore.
Solo tra il 2003 e il 2022 in Svizzera sono scomparsi circa 200 chilometri quadrati di ghiaccio, una superficie paragonabile a quella dell’isola d’Elba. Il dato mostra anche un altro effetto della crisi glaciale: più i ghiacciai si riducono, meno acqua di fusione riescono a rilasciare negli anni estremi, perché la riserva complessiva di ghiaccio è già stata consumata.











