Negli ultimi 12 mesi gli omicidi commessi da minori in Italia sono aumentati di oltre il 150%, passando da 14 a 35 casi e arrivando a rappresentare circa il 12% del totale, secondo i dati del Servizio Analisi Criminale (Criminalpol) e delle relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026. Un dato che segna una rottura rispetto al trend degli ultimi anni e che indica una trasformazione profonda del disagio giovanile, non più riconducibile alle logiche tradizionali della criminalità. A colpire non è solo l’aumento numerico, ma il cambiamento nella natura della violenza: meno legata a contesti organizzati e sempre più spesso espressione di fragilità individuali o dinamiche di gruppo, difficili da interpretare e da intercettare precocemente.
Under 18: omicidi triplicati
Sempre secondo le stesse fonti, in parallelo nel 2024, l’incidenza degli omicidi commessi da under 18 è triplicata, salendo all’11% del totale, contro il 4% dell’anno precedente, mentre anche la quota di vittime minorenni è aumentata dal 4% al 7%, confermando una crescita non solo degli autori ma anche dell’impatto complessivo del fenomeno. Secondo gli esperti, tuttavia, sarebbe riduttivo interpretare questi dati esclusivamente in chiave psichiatrica o giudiziaria: accanto alle fragilità individuali emergono infatti anche fattori culturali, educativi e sociali che contribuiscono a modificare le dinamiche della violenza giovanile. Questo è uno dei temi affrontati e dibattuti ad Alghero durante il III Congresso della Società italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense.
Fragilità psichica
«Non siamo di fronte solo a un problema di sicurezza – spiegano i presidenti Sippf, gli psichiatri Eugenio Aguglia e Liliana Lorettu – ma a un cambiamento nella qualità del disagio. In molti casi la violenza rappresenta il primo segnale visibile di una fragilità psichica che non era stata diagnosticata». Secondo i dati disponibili, anche la percentuale di vittime minorenni è in aumento, mentre il dato complessivo degli omicidi in Italia continua a diminuire. «Un paradosso che conferma come la criminalità minorile rappresenti oggi un ambito in controtendenza – proseguono –. Negli ultimi dieci anni, infatti, gli omicidi totali nel Paese sono diminuiti drasticamente – in particolare quelli legati alla criminalità organizzata, calati fino al 72% – mentre la componente minorile rappresenta oggi l’unica voce in crescita».
L’uso di sostanze
Uno degli elementi più rilevanti riguarda il ruolo delle sostanze. «L’uso di cannabinoidi sintetici, alcol e combinazioni di farmaci può agire come fattore scatenante, amplificando comportamenti impulsivi o determinando stati di alterazioni comportamentali difficili da distinguere, sul piano clinico e giuridico – spiega Massimo Clerici, psichiatra e presidente della Società Italiana di Psichiatria delle Dipendenze -. Oggi ci troviamo per questo sempre più spesso di fronte a quadri in cui è complesso distinguere tra disturbo psichiatrico, effetto di sostanze e responsabilità penale, ed è proprio questa zona grigia a mettere in difficoltà sia la psichiatria forense sia il sistema giudiziario». In particolare, l’uso combinato di sostanze (“poly-drug use”), in particolare cannabinoidi e mix di nuove sostanze psicoattive, può agire come “attivatore’ sintomatologico, in particolare psicotico, contribuendo a rendere ancora più complessa la valutazione peritale tra vizio di mente e stato di alterazione transitoria.
Carceri minorili: +30% di presenze
Il tema dell’imputabilità diventa quindi centrale. Molti giovani autori di reato non presentano una diagnosi pregressa e la violenza può rappresentare il primo episodio manifesto di un disturbo del neurosviluppo o di una vulnerabilità non intercettata. A questo si aggiungono le difficoltà del sistema di presa in carico. Gli Istituti penali per i minorenni registrano un aumento della presenza media giornaliera superiore al 30%, con l’80% degli ingressi legato a misure cautelari, spesso in assenza di percorsi terapeutici strutturati. Tra il 2023 e il 2024, in particolare, la presenza media negli Ipm è cresciuta del 30,9%, anche a seguito di interventi normativi che hanno ampliato il ricorso alla custodia cautelare, con il risultato di concentrare negli istituti una quota crescente di giovani in attesa di giudizio. «Il rischio è che il carcere diventi un contenitore di disagio psichico – osserva Clerici – perché mancano comunità terapeutiche adeguate e percorsi integrati tra psichiatria, servizi per le dipendenze e sistema giudiziario». «A questo si aggiunge una carenza strutturale di supporto specialistico – precisa Carlo Locatelli, Direttore Uo Tossicologia, Centro Antiveleni, Ospedale Irccs di Pavia, ICS Maugeri, Pavia – una quota crescente di giovani autori di reato presenta problemi di dipendenza da nuove droghe associati a disturbi psichiatrici, ma l’assenza di comunità terapeutiche e di “équipes territoriali” dedicate può portare spesso a un utilizzo improprio del carcere come risposta prevalente».
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