
La Tunisia supera l’Italia nella produzione di olio d’oliva e diventa secondo produttore mondiale alle spalle della Spagna. La notizia è stata rilanciata dal Financial Times e fa rumore anche se non è una novità assoluta. Appena qualche tempo fa, complice l’alternanza produttiva e un’annata particolarmente scarsa, l’Italia era addirittura scivolata al quarto posto tra i principali produttori mondiali (superata da Grecia e Tunisia). Il problema semmai è che l’attuale sorpasso tunisino non è più solo episodico ma riveste i contorni del processo strutturale.
La produzione tunisina
Secondo le stime, la produzione olivicola tunisina nella campagna 2025-26 potrebbe superare le 380-400mila tonnellate (ma le proiezioni accreditano la Tunisia di un potenziale di 500mila tonnellate) contro le circa 300mila attese in Italia. Va ricordato che l’Italia fino al 2000 produceva poco meno di 800mila tonnellate. Cosa è accaduto in questo quarto di secolo?
Da un lato la recente crescita della produzione tunisina sembra sia stata spinta dalla forte escalation dei prezzi dell’olio d’oliva attorno al 2024 quando un momentaneo crollo dell’offerta spagnola (penalizzata dalla siccità) spinse ai massimi le quotazioni internazionali dell’extravergine.
Il crollo dell’olio made in Italy
Dall’altro, il crollo dell’olio made in Italy. La produzione nazionale si è ridotta ai minimi per una serie di concause. Innanzitutto, la forte crescita di nuovi competitor a partire dalla vera e propria esplosione spagnola e in tempi più recenti di Tunisia, Turchia, Marocco, ha ridotto i margini per i produttori. Le produzioni di questi nuovi competitor sono spesso intensive, realizzate con forte ricorso alla raccolta meccanizzata e quindi con costi molto inferiori all’olivicoltura tradizionale italiana. Questo mismatch, in molti casi, anziché spingere gli olivicoltori made in Italy a rispondere investendo e ristrutturando l’olivicoltura nazionale li ha spesso dirottati verso l’abbandono e l’uscita dal settore.
Il meccanismo degli aiuti Ue
Un ruolo non marginale, in negativo, è stato svolto anche dal devastante meccanismo comunitario del disaccoppiamento degli aiuti Ue introdotto nel 2003. In sostanza, Bruxelles assicura agli olivicoltori italiani un monte aiuti proporzionale alla propria produzione storica anche nel caso in cui avessero smesso di produrre. L’effetto combinato di questi elementi è stata la corsa all’abbandono. In Italia si stima, in via prudenziale, che negli ultimi 20 anni siano stati abbandonati circa 300mila ettari di uliveti su un patrimonio di 1,1 milioni di ettari.








