Quando alla fine di gennaio, dal palco di Davos, Donald Trump si lamentava dei banchieri centrali: “dicono tutte le cose che voglio sentire, poi ottengono il posto e all’improvviso propongono di alzare un po’ i tassi” mancavano pochi giorni all’annuncio del nome di Kevin M. Warsh. Quattro mesi dopo il giuramento, Warsh sta per fare esattamente quello.
Oggi il comitato di politica monetaria dovrebbe spingere il costo del denaro su di un quarto di punto, in una forchetta fra il 3,75 e il 4 per cento. Sarebbe il primo rialzo dal luglio 2023 e arriverebbe a meno di due mesi da elezioni di metà mandato che decideranno il controllo del Congresso. Un tempismo che Trump non può gradire.
A spingere la Fed sono stati i numeri di agosto: prezzi al consumo su del 3,4 per cento sull’anno e dello 0,4 sul mese, con rincari diffusi e la benzina trainata dalla guerra in Iran. Non un dato drammatico, ma nemmeno quello che consente di rinviare ancora. “L’inflazione core (quella depurata dagli elementi molto volatili come il prezzo dei carburanti) avrebbe dovuto avvicinarsi molto al 2 per cento annualizzato perché la Fed potesse continuare a temporeggiare”, scrive Preston Caldwell di Morningstar. I mercati hanno aggiornato le scommesse in fretta: secondo il CME FedWatch la probabilità di un rialzo è salita all’85 per cento, dal 72 di giovedì e da meno del 50 di un mese fa.
Il resto lo ha fatto Warsh. A Jackson Hole ha scandito che la stabilità dei prezzi non è un processo automatico e che l’inflazione non torna da sola alla media: garantirla è compito della banca centrale. Quelle parole, sommate ai prezzi di mercato, hanno alzato enormemente il costo di una delusione, annota Bank of America. Chi ha lavorato nell’Eccles Building lo dice senza giri: “Se suoni duro tutto il tempo e poi non dai seguito, semini solo confusione”, nota Jonathan Pingle, oggi capo economista per gli Stati Uniti di UBS. “A questo punto un pezzo di credibilità è sul tavolo”.
Dall’altra parte c’è un presidente che pretende denaro a buon mercato, per sostenere la crescita e alleggerire gli interessi sul debito. Pochi giorni prima della riunione Trump ha ripetuto che gli Stati Uniti “dovrebbero pagare il tasso d’interesse più basso del mondo”, dopo aver minacciato di tagliare fuori un’ampia fetta del commercio americano se la Fed non avesse ridotto il costo del denaro. Con Jerome Powell, che pure aveva nominato lui, si finì con un’indagine penale del dipartimento di Giustizia. Warsh ha un vantaggio che Powell non aveva: un rapporto solido sia con Trump sia con il segretario al Tesoro Scott Bessent.
Gli servirà. Perché la partita vera non si gioca sui federal funds ma sulla curva lunga. Il decennale americano viaggia intorno al 5 per cento, il livello più alto da anni, e le manovre di Bessent per comprimerlo, riacquisti compresi, non hanno prodotto granché. Qui forse Warsh potrà salvarsi dagli strali presidenziali: a luglio, quando mandò segnali ambigui sull’impegno a riportare l’inflazione al 2 per cento, i mercati lo bastonarono e i costi di finanziamento a lunga schizzarono in alto. Una Fed che mostra i denti, invece, tiene a bada proprio quei rendimenti che il Tesoro vuole abbassare a tutti i costi. Con il carovita al centro della campagna elettorale, alla Casa Bianca potrebbe anche convenire.
Si tratta ora di vedere se quello di oggi è un unicum o l’inizio di una serie. I rialzi raramente arrivano da soli: nessun banchiere centrale vuole sparare tutte le proprie cartucce in una volta e, soprattutto, i rischi sull’aumento dei prezzi causati dalla guerra all’Iran sono ben lontani dal ridursi.












