
Per anni ci siamo aggrappati alla certezza di una storia semplice e rassicurante: il tumore del polmone, il big killer globale, riguarda solo i forti fumatori. Se non fumi, sei al sicuro. Ma la realtà, come spesso accade in medicina, è molto più complessa. E posto che il fumo di sigaretta secondo l’Oms è diretto responsabile di 7 tumori del polmone su 10 tra i maschi, le ‘bionde’ non spiegano da sole tutta la storia. Così, mentre le statistiche sull’abitudine al fumo mostrano un trend negativo, perché evidentemente le campagne antifumo funzionano (ma anche per l’ascesa inesorabile delle alternative ‘elettroniche’ al tabacco), in silenzio sta crescendo un’altra statistica: quella dei casi di tumore del polmone nei non fumatori.
Il cambio di scenario
Non si tratta di un paradosso, ma di un cambio di scenario e di una maggior consapevolezza scientifica, che sta portando sempre più alla ribalta questa nuova realtà. E uno studio appena pubblicato su Trends in Cancer, firmato da Deborah Caswell dello University College London e colleghi, lo ricorda con estrema chiarezza: essere dei non fumatori, non significa essere “immuni” dal cancro del polmone.
Il tumore del polmone nei non fumatori è una malattia ‘diversa’ da quella causata dall’imputato numero uno, il fumo appunto. Per molti aspetti, si tratta di un’entità diversa, con caratteristiche biologiche proprie e un comportamento clinico specifico. Ma soprattutto è gravata da un problema enorme: arriva molto tardi alla diagnosi. In parte perché, non avendo dimestichezza con le sigarette, non si pensa di poter sviluppare il problema. E non si fa dunque caso a quei sintomi vaghi, quotidiani, quasi banali. Una tosse che non passa (dopo mesi), una stanchezza persistente, un certo fastidio a deglutire. Per chi non ha mai fumato, questi segnali raramente accendono un campanello d’allarme nel diretto interessato, ma spesso anche nel medico curante. Si pensa piuttosto a un’infezione, allo stress, magari al reflusso gastro-esofageo o a un disturbo passeggero. E così il tempo passa. E quando viene finalmente dato un nome alla malattia, spesso è in fase avanzata, quando le possibilità di guarigione sono molto ridotte.
Le cause tra inquinamento e mutazioni del Dna
La buona notizia è che la ricerca sta facendo molti passi avanti nella comprensione delle cause di questo tumore del polmone ‘alternativo’ e della sua biologia. L’inquinamento atmosferico (soprattutto da particolato PM2.5) è uno dei principali indiziati, insieme all’esposizione al radon — un gas radioattivo naturale che può accumularsi nelle abitazioni — al fumo passivo (aumenta il rischio del 20-25%) e alle radiazioni ionizzanti, un capitolo del grande libro del “rischio” che va sotto il nome di esposoma. A questi fattori ambientali, si aggiunge la frequente presenza di una serie di varianti genetiche ereditarie negli oncogeni e nei geni responsabili della risposta al danno del Dna, che possono rendere alcune persone più vulnerabili. Last but not least, sta emergendo un’associazione tra questo tipo di tumore e la presenza di alcune condizioni infiammatorie (reflusso gastro-esofageo, infezioni respiratorie delle prime vie aeree, alcune infezioni virali, Bpco).
Approcci mirati
Alla luce di questa nuova consapevolezza, è dunque necessario un cambio di paradigma. Le strategie di prevenzione e screening pensate per i forti fumatori (come la Tac a basso dosaggio), non possono essere traslate tout court ai non fumatori; serve un approccio mirato, capace di individuare sottogruppi a rischio (es. attraverso il monitoraggio del radon e dell’esposizione all’inquinamento da particolato, sfruttando il codice postale) , all’interno di una popolazione che, per definizione, non rientra nei criteri di rischio tradizionali. Tanto per fare un esempio, anche la demografia del tumore polmonare nei non fumatori è anomala: è più frequente tra le donne (sono colpite da questo tipo di tumore più del doppio degli uomini) e tra le popolazioni asiatiche.
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