Storie Web giovedì, Giugno 20
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“Più funziona l’integrazione e meno problemi di sicurezza avremo. Per questo bisogna aprire canali di accesso all’Italia sicuri e legali”: ne è convinta Cecilia Strada, candidata con il Pd alle europee.

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Cecilia Strada, dopo una vita trascorsa a occuparsi dei più deboli, ha deciso di candidarsi per le elezioni europee con il Partito democratico. Il tema della migrazione è, ovviamente, al centro della sua campagna elettorale: “Aprire canali di accesso sicuri e legali è l’unico modo per togliere le persone dalle mani dei trafficanti”, spiega in un’intervista a Fanpage.it. E aggiunge: “Dobbiamo metterci in testa che non si può fermare il flusso delle persone che si muovono in giro per il mondo, né chi cerca una vita migliore, né chi scappa da tante cose, una per tutte il disastro climatico, ma si può governarlo, si deve governare questo flusso e farlo si chiama politica”.

Cecilia Strada, partiamo da cosa nasce la scelta di candidarsi alle elezioni europee?

Nasce dalla voglia di fare la mia parte in un modo nuovo. Di fare le cose di sempre, cioè impegnarmi per i diritti umani, praticare diritti umani, chiedere diritti umani, ma farlo in un modo nuovo. Nella mia vita l’ho fatto da volontaria prima e da lavoratrice poi e inevitabilmente ogni mio racconto di quello che facevamo sul campo si chiudeva con una richiesta alla politica: “Fate la vostra parte, perché le persone non arrivino a noi”. Perché quando arrivano agli operatori umanitari sono già in emergenza, hanno perso la dignità e il compito della politica è risolvere i problemi delle persone prima. Quindi, quando Elly Schlein mi ha chiesto “ma vorresti fare la tua parte in un modo nuovo, con questa rotta qua, che è la rotta della giustizia sociale per l’Europa”, ci ho pensate e ho detto sì.

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Quando parla di fare la sua parte, immagino si riferisca soprattutto al tema dell’accoglienza. Quali sono le istanze che porta in sede europea?

Il tema dell’accoglienza e in generale della gestione dei flussi migratori è sicuramente un tema che mi è molto caro, visto che ho passato gli ultimi anni a occuparmi di Mediterraneo centrale, di soccorso in mare e a terra, anche con missioni di soccorso. Io penso che qui il punto sia rivedere il Patto Ue migrazione asilo che è appena stato approvato. Il Partito democratico non l’ha votato, perché è un patto che va proprio nella direzione sbagliata, in una direzione di riduzione dei diritti umani delle persone migranti richiedenti asilo.

In compenso non è neanche tutelante per i Paesi di primo approdo, come l’Italia. Penso che questo patto sia qualcosa che non solo non piace ed è gravissimo per i difensori dei diritti umani, ma non dovrebbe piacere neanche agli elettori di destra, perché non tutela di fatto l’Italia. Come si fa a combattere il traffico di esseri umani? Come si fa a evitare non solo che le persone muoiano, ma che le persone possano arrivare in modo controllato? È semplice: bisogna aprire canali di accesso sicuri e legali. Questo è l’unico modo per togliere le persone dalle mani dei trafficanti, per togliere il potere ai trafficanti lungo tutto il globo terracqueo. E bisogna necessariamente superare il regolamento di Dublino: penalizza tantissimo Stati come l’Italia, perché le persone che arrivano in Italia in realtà arrivano in Europa. E quindi bisogna che l’Europa faccia la sua parte. Dobbiamo metterci in testa che non si può fermare il flusso delle persone che si muovono in giro per il mondo, né chi cerca una vita migliore, né chi scappa da tante cose, una per tutte il disastro climatico, ma si può governarlo, si deve governare questo flusso e farlo si chiama politica.

Come giudica invece l’accordo tra il governo italiano e quello albanese?

Per me è una follia, che costerà l’ira di Dio di soldi per nulla. Non potremo controllare le condizioni delle persone. Ma in generale è sbagliato l’approccio, che è quello degli ultimi anni, di spingere le nostre frontiere più in là: di pagare la Libia perché intercetti le persone in mare e le riporti indietro, pagare la Turchia. Di fatto negli ultimi anni, a livello europeo, si è chiesto a Stati che non rispettano i diritti umani di tenere le persone lì. Ma spostare le frontiere più in là è evidentemente qualcosa che mette in pericolo i diritti umani, che mette la vita delle persone in pericolo e che dubito sia costituzionale.

L’unico modo per risolvere seriamente il problema è aprire canali di accesso sicuri e legali, che tra l’altro consentirebbero di far arrivare persone anche con livelli di istruzione più alta. Questo comporterebbe più facilità di integrazione nel nostro sistema sociale: noi abbiamo bisogno di lavoratrici e lavoratori di origine straniera, perché siamo nel pieno inverno demografico e nel 2045 avremo un rapporto di occupati e non occupati di 1 a 1. Che ci piaccia o no, che lo capiamo no, abbiamo bisogno di trovare altri compagni e compagne di viaggio per far crescere questo Paese. È oggetto della politica capire come governare questo flusso.

Penso che ormai tutti gli italiani abbiano capito che il blocco navale era soltanto uno slogan, che non è fattibile e che l’unico modo per avere veramente più sicurezza è avere canali d’accesso sicuri e legali. È quello che dovrebbero volere tutti, a partire dagli elettori di Giorgia Meloni.

Ha accennato al tema della sicurezza in relazione al tema immigrazione. Quanto l’accoglienza dei migranti influisce sulla sicurezza di un Paese e perché?

Io penso che l’accoglienza influisca molto su quello che è il risultato in termini di sicurezza. Sicuramente un’accoglienza non adeguata o addirittura sistemi legali come la legge Bossi-Fini fanno sì che le persone che sono qui regolarmente, con un permesso di soggiorno, possano perdere i requisiti per stare sul territorio perché hanno perso il lavoro. Evidentemente queste cose sono fabbriche dell’insicurezza. Più il fenomeno migratorio è gestito e controllato e più l’integrazione è reale e funziona, più teniamo tutti nella luce del diritto, nella bellissima e scintillante luce della legalità e avremo meno problemi di sicurezza. Più abbiamo persone che sono lasciate ai margini, più avremo problemi di sicurezza, avremo percezione di insicurezza, a volte anche dove non c’è di fatto una reale emergenza sicurezza.

Io vivo a Milano, che la destra sta cercando di rappresentarla come il Far West. In realtà sono 15 anni che gli omicidi sono continuamente in calo. Abbiamo un problema di crimini contro il patrimonio, ma è una delle più grandi città d’Europa, una città ricca ed è naturale che ci siano molti più reati contro il patrimonio che in realtà molto più piccole. Io non la chiamo microcriminalità, perché è sempre una cosa gravissima e drammatica. Sicuramente si può fare di più e si può fare meglio. La destra, però, parla di ordine pubblico in un solo modo: crimine degli stranieri, crimini degli stranieri, crimini degli stranieri. In realtà quando vai a guardare la percentuale degli stranieri sul totale di denunciati sono anni che non cambia.

A proposito di ordine pubblico, un’ondata di proteste da parte in particolare degli studenti ha creato diversi problemi di ordine pubblico e molte polemiche. Pensa che ci sia stata una reazione sbagliata da parte dello Stato?

Mi ha molto colpito l’utilizzo della parola censura che le istituzioni hanno fatto, parlando di studenti che contestano una ministra e le contestazioni portano poi alla sospensione dell’incontro. È stata utilizzata la parola censura, che però è proprio un’altra cosa. La censura è quando qualcuno che ha un potere lo utilizza per togliere la parola a qualcun atro che il potere non ce l’ha. Quella che invece viene dal basso verso l’alto è una contestazione. È chiaro che ci sono sproporzioni di potere infinite tra il collettivo degli studenti e una ministra della Repubblica italiana o una qualunque carica istituzionale che può dire la sua in ogni sede, in ogni modo, ogni volta che vuole.

Penso, ad esempio, che la libertà di espressione della ministra Roccella vada tutelata e allo stesso modo della libertà di espressione degli studenti che protestano e che non hanno le stesse possibilità di esprimersi. Ma dovremmo anche parlare dei temi che contestavano: si è parlato di censura e di quello che chiedevano in quell’occasione i contestatori. Chiedevano cose sacrosante per gli studenti.

Invece teme che nell’attuale Rai ci sia un rischio censura?

Sì, mi sembra anche che ci siano persone che vogliono essere più realiste del re e quindi che si applichi anche una censura preventiva. E non va assolutamente bene, perché la nostra partecipazione democratica si fonda sulla possibilità di essere informati. Se non c’è informazione semplicemente non c’è più democrazia: l’esercizio dei diritto di voto, per esempio, diventa una cosa evidentemente vuota se si va a votare senza avere le informazioni corrette, gli strumenti per poter capire chi si sta votando e per quale motivo. L’esercizio del voto non è più un esercizio democratico, è solo mettere una croce su un foglio.

Torniamo ai temi più prettamente europei. Prima parlava di cambiamenti climatici. Come giudica le politiche finora intraprese dall’Unione nel contrasto ai cambiamenti climatici? E secondo lei cosa bisognerebbe fare?

Bisogna fare di più. C’è chi dice che dobbiamo fare ogni sforzo possibile per salvare il pianeta, se siamo ancora in tempo e confidiamo di esserlo. Dall’altro ci sono quelli che dicono che il cambiamento climatico non esiste, anzi “senti che freschino, ha grandinato ad aprile”. Ecco è esattamente quello di cui stiamo parlando. Quindi, che ci piaccia o no, che lo capiamo o no, bisogna fare di più e bisogna andare avanti non solo sul tema delle case green e della riduzione delle emissioni. Dovremo evidentemente mettere mano al tema degli allevamenti intensivi, da cui deriva la grossa parte delle emissioni di Co2. Per cui ci sono davvero delle rivoluzioni da fare nel modo in cui produciamo, in cui consumiamo e in cui viviamo.

Il problema è che l’Italia non ce la può fare da sola e quindi è esattamente l’Europa la casa in cui troveremo gli strumenti e le risorse economiche per poter accompagnare le famiglie italiane in questa necessaria transizione ecologica. Il problema è anche che l’impatto del disastro climatico non è uguale sui poveri e sui ricchi, perché è molto più forte su chi ha meno. Per questo il costo della transizione ecologica non può essere scaricato su chi ha meno, perché aumenterebbe le disuguaglianze che già esistono. È essenziale che l’Europa ci sia per darci strumenti e risorse per affrontare questo passaggio. Ma è essenziale che gli strumenti, le risorse, vadano alle persone giuste, perché altrimenti si rischia di aumentare le disuguaglianze.

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