La stagione assembleare 2026 conferma il definitivo consolidamento delle cosiddette “assemblee a porte chiuse”. L’istituto del Rappresentante designato in via esclusiva (Rde), nato come soluzione emergenziale durante la pandemia, si sta ormai trasformando in uno standard strutturale per le grandi società quotate. In particolare, analizzando le società del Ftse Mib (i dati sono raccolti da Assonime) aventi sede legale in Italia, emerge che ben 24 su 40 hanno scelto di convocare l’assemblea del 2026 avvalendosi della figura del Rde. Si tratta di un trend in evidente crescita rispetto al 2025, anno in cui le società dello stesso perimetro a fare ricorso a questa modalità erano state 21.
Guardando nel dettaglio le scelte del 2026, si nota che la maggioranza (18 società) ha continuato a sfruttare la proroga dell’art. 106 del decreto-legge 18/2020, mentre 5 si sono basate esclusivamente su una previsione statutaria e una ha fatto riferimento a entrambe le opzioni, lasciando solamente 10 società legate alla convocazione tradizionale.
Ma perché le aziende italiane preferiscono svuotare le platee fisiche? Secondo Massimo Belcredi di Fin-Gov (Università Cattolica), il punto è “controverso”. Molti emittenti, infatti: «vogliono fortemente abbandonare le assemblee in presenza per evitare quelle che sono ritenute perdite di tempo, legate alla presenza di disturbatori d’assemblea professionisti, o di soggetti che usano strumentalmente l’assemblea». Belcredi cita, a titolo di esempio, le storiche incursioni di Beppe Grillo in Telecom o le più recenti proteste di Greenpeace nelle società del settore oil&gas. Con la recente entrata in vigore della riforma del Testo Unico della Finanza (Tuf), che di fatto spalanca autostrade alle assemblee tramite Rappresentante Designato, il tema è destinato a suscitare accesi dibattiti nei prossimi mesi.
Il modello Rde, come fa notare Guido Cutillo della Luiss è stato adottato in maniera quasi unanime, persino da società con performance molto positive che non avrebbero alcun motivo di “nascondersi” dietro le porte chiuse. La ragione principale, osserva Cutillo, è la “semplificazione” organizzativa, che consente di diluire la gestione dell’evento nel tempo. Il dialogo con gli investitori non scompare, ma si trasforma: «Ormai – spiega – l’interlocuzione avviene in maniera continuativa “in corso d’anno” tramite attività di engagement off-season e in-season, facendo sì che, al momento dell’assemblea vera e propria, le società abbiano già ascoltato gli azionisti e preparato le risposte». Eppure, non si tratta solo di una comodità logistica per le aziende. Marcello Bianchi di Assonime inquadra il fenomeno in una precisa evoluzione normativa e di mercato, che ha preso le mosse dalle norme Covid, ha vissuto una prima sistematizzazione con la legge Capitali, ed è culminata oggi con la riforma del Tuf. Secondo Bianchi, questo nuovo approccio è uno sforzo «significativo e positivo per modernizzare la disciplina della gestione delle assemblee», in quanto risponde alle reali esigenze degli investitori istituzionali. «Questi soggetti, che non partecipano quasi mai direttamente ma delegano il proprio voto con giorni di anticipo, traggono maggiore beneficio da un sistema adeguatamente organizzato e prevedibile rispetto alle incertezze di un dibattito dal vivo. Il Rde permette di anticipare la condivisione delle domande e delle proposte, garantendo a tutti un quadro informativo completo». Non a caso, sottolinea Bianchi, nonostante la partecipazione indiretta, «il tasso di presenza in assemblea in termini di capitale rappresentato non ha mostrato nessun effetto di calo».
Esiste però un rovescio della medaglia. Come ricorda Belcredi, molti proxy advisors e investitori istituzionali guardano con sospetto all’eliminazione totale del rito in presenza, vivendola come “una lesione dei diritti degli azionisti”. Per mitigare questi timori, il legislatore ha inserito specifici contrappesi. La riforma del Tuf prevede delle clausole di salvaguardia: le minoranze azionarie (raggiungendo la soglia del 5% del capitale) mantengono infatti il diritto che l’assemblea venga fatta in forma fisica.
