
Se le Olimpiadi invernali di Cortina 1956 sono ricordate come le prime in cui il giuramento degli atleti fu letto da una donna, Giuliana Minuzzo Chenal, quelle di Milano Cortina lo saranno come le prime organizzate dal Comitato Olimpico Internazionale (Cio) con presidenza femminile, Kirsty Coventry. La due volte campionessa olimpica (nei 200 dorso), a dire il vero, si distingue anche sotto altri profili: è il primo presidente africano del Cio, il primo ex-ministro (dello Zimbabwe) a ricoprire l’incarico, il più giovane da quando un certo barone Pierre de Coubertin fu nominato nel 1896 (succedendo a Demetrios Vikelas dato che, come forse pochi sanno, il creatore dei Giochi moderni non ne fu il primo presidente). L’elezione di Coventry nel 2025 suggella una lunga e lenta transizione, dato che le prime ad essere cooptate nel Cio furono la finlandese Pirjo Häggman e la venezuelana Flor Isava Fonseca nel 1981. In compenso il Consiglio della Winter Olympic Federations, che raggruppa le federazioni degli sport del ghiaccio e della neve, è tuttora composto da otto maschi.
Milano Cortina 2026 sono anche le Olimpiadi Invernali più equilibrate in termini di genere della storia: le donne rappresentano il 47% dei partecipanti. Nel 1956, le donne potevano competere solo in tre sport — pattinaggio artistico, sci alpino e sci di fondo – e furono un ben più modesto 16% dei concorrenti. Solo l’Ungheria raggiunse la parità – ma schierò solo due atleti nel complesso – mentre coi colori di Giappone e Spagna concorsero solo maschi. L’Italia non brillò (18%), ma fece pur sempre meglio di Stati Uniti (14%) e Unione Sovietica (13%).
Per gli italiani “la” Minuzzo Chenal, la “mammina di Cogne”, due volte quarta dopo il bronzo in discesa libera a Oslo 1952 e prima di quello in slalom gigante a Squaw Valley 1960, fu il volto femminile da Cortina. Era tornata all’agonismo dopo la gravidanza, appunto, sfatando il discorso allora dominante che lo sport nuocesse alla femminilità e alla fecondità. L’attitudine discriminatoria verso le donne in Svizzera si estendeva anche nell’ambito elettorale. I trionfi ampezzani di due atlete romande, la cittadina Renée Colliard e la valligiana Madeleine Berthod, nutrirono le speranze delle suffragette elvetiche in vista del referendum consultativo nel canton Berna previsto poche settimane dopo le Olimpiadi – se le atlete si erano imposte in una cosa tanto importante come lo sci, brillando di più dei compagni di squadra, sicuramente erano in grado di votare alle elezioni locali? Pia illusione: i votanti, esclusivamente maschi, si espressero contro una riforma tanto ardita e si dovette attendere il 1959 perché nel Vaud – paradossalmente il cantone di Losanna, dove ha sede il Cio – le donne acquisissero il diritto di voto.
Le donne nel 1956 giocarono un ruolo sussidiario anche nell’organizzazione delle Olimpiadi. Nessuna venne coinvolta nei tavoli inter-ministeriali e nei meccanismi politici locali, e nella macchina organizzativa occuparono solo tre delle 102 posizioni dirigenziali. Magra, probabilmente, consolazione, furono donne le due consulenti del Comune per le “manifestazioni mondane”, mentre la contessa Marisa Bonacossa si occupò delle consorti di dirigenti e dignitari. Da questo punto di vista si sono registrati grandi progressi, simbolizzati dall’esperienza di Evelina Christillin per Torino 2006. Nel 2026, 15 dei 16 sport avranno competizioni femminili – il che ad onor del vero solleva vari interrogativi. Il XXI secolo ha visto l’arrivo di nuovi sport al femminile, come il bob nel 2002 e il salto con gli sci nel 2014, praticati a livello mondiale da poche centinaia di atlete. La disciplina che resiste ancora al monito del Cio, la combinata nordica – salto più sci di fondo – ininterrottamente presente dal 1924, ma ora è a serio rischio di esclusione. A giugno si terrà una votazione per determinarne il destino. Diversa la problematica intorno all’estensione alle donne della 50 km di sci di fondo: in molti si ricordano il drammatico caso della svizzera Gabriela Andersen-Schiess che quando si corse la prima maratona olimpica femminile arrivò barcollante al traguardo, a molti minuti dal vincitore. Se qualcosa di simile succedesse in Val di Fiamme, alte si leverebbero le voci critiche, dimenticando che dal 1984 i tempi delle migliori maratonete si sono grandemente ridotti e che è probabile che lo stesso avverrà con la più faticosa delle prove di fondo.









