Storie Web domenica, Marzo 22

Le microplastiche ormai sono dappertutto, anche all’interno del corpo umano, ma il loro impatto sulla salute si studia da meno di un decennio, per cui politici, regolatori, aziende e opinione pubblica continuano a prendere decisioni sull’uso della plastica su basi scientifiche ancora limitate. Certo è che gli esseri umani oggi ingeriscono e inalano più microplastiche rispetto a qualsiasi altra epoca. In uno studio condotto da un team della Cornell University è stato calcolato che il consumo di microplastiche nella nostra dieta è aumentato di sei volte dal 1990. Queste particelle indistruttibili, infatti, sono state trovate in tutti gli organi, dal cervello al fegato, dai polmoni al midollo e perfino nelle ossa, ma per capire con precisione come influiscano sulla nostra salute resta ancora molto da studiare, pur essendo i ricercatori sostanzialmente concordi sulla loro azione infiammatoria.

Infiammazione cronica e danni ai tessuti

Un modo per indagare più a fondo è quello che in ambito medico si chiama “human challenge trial”, solitamente condotto in relazione alle malattie infettive con “cavie” umane che accettano di essere deliberatamente infettate da un agente patogeno per aiutare gli scienziati a comprenderne meglio gli effetti. Il primo di questi esperimenti è in corso all’Imperial College London, dove otto coraggiosi volontari hanno ingerito un cocktail di microplastiche in cambio di un piccolo compenso. “Vogliamo capire quante ne restano in circolo, rispetto a quelle ingerite”, spiega Stephanie Wright, che quida l’esperimento, cercando di riprodurre al meglio il contenuto di microplastiche che ingeriamo senza volerlo nella vita normale. “La preoccupazione maggiore è dove finiscono e se si accumulano. È molto improbabile che il nostro corpo sia in grado di scomporle e questo può portare a un’infiammazione cronica e a danni ai tessuti che compromettono la funzionalità degli organi”, aggiunge Wright.

Le interferenze con il sistema endocrino

L’altra sfida per gli scienziati è che alcune microplastiche assorbono tossine ambientali e metalli pesanti, trasportandoli nel nostro corpo, mentre le sostanze chimiche aggiunte alla plastica possono interagire con la rete ormonale dell’organismo, come perturbatori endocrini. Si è scoperto inoltre che alcune microplastiche fungono da hub per i cosiddetti geni della resistenza antimicrobica e possono quindi indurre resistenza ai farmaci somministrati, per esempio, ai malati di cancro. In particolare le nanoplastiche (inferiori a un micrometro) potrebbero essere ancora più dannose delle microplastiche (dai 5 millimetri in giù), in quanto abbastanza piccole da attraversare le membrane cellulari e accumularsi all’interno delle cellule. Queste sono le domande più urgenti e infatti negli ultimi due anni sono emersi diversi studi che hanno suscitato scalpore nella comunità medica.

Quale collegamento con la demenza?

Il più recente è uno studio condotto da un team dell’università del New Mexico, basato su decine di autopsie effettuate tra il 1997 e il 2024, in cui i ricercatori hanno rlevato una presenza crescente di micro e nanoplastiche nel tessuto cerebrale. La novità è soprattutto che i malati di demenza presentavano fino a 10 volte più plastica nel cervello rispetto a coloro che non soffrivano di questa patologia. “Siamo rimasti scioccati dai risultati”, confessa Matthew Campen, che ha guidato lo studio e considera il cervello “l’ambiente ideale” per l’accumulo delle microplastiche, dati i suoi meccanismi di smaltimento notoriamente lenti.

Quale soglia di tollerenza?

Un altro studio che ha attratto molto interesse è quello condotto da un team italiano guidato da Raffaele Marfella, dell’università della Campania Luigi Vanvitelli, in cui i ricercatori hanno scoperto delle microplastiche nelle placche che foderano le carotidi di persone con malattie cardiovascolari in fase iniziale, collegando la loro presenza a un peggioramento della progressione della malattia. In base allo studio, i pazienti le cui placche contenevano microplastiche avevano quasi cinque volte più probabilità di subire un ictus, un infarto o di morire per altre cause nei successivi 36 mesi, rispetto ai pazienti privi di contaminazione.

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