Storie Web sabato, Ottobre 17

BRUXELLES – C’è la partita su cui l’Italia può realmente incidere, quella sul bilancio pluriennale Ue 2028-2034. «Abbiamo difeso i soldi per la Politica agricola comune e la Coesione – rivendica Giorgia Meloni – ma il dibattito è ancora lungo». C’è la vera conquista concreta, a margine: l’intesa con la Commissione sul decreto Bollette finalmente in porto. C’è il bottino su energia ed Ets che non è ricco, ma dalle parti del Governo è ritenuto il migliore che la premier potesse spuntare. E c’è «ottimismo» sulla richiesta di flessibilità addizionale legata all’inflazione: «Ho parlato con Ursula von der Leyen, pare ci siano margini, stando nelle attuali regole, anche con riferimento agli investimenti sull’energia».

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La premier riparte da Bruxelles al termine di un Consiglio europeo lungo e faticoso. Con la prima giornata, giovedì, conclusa nella notte con il compromesso raggiunto sul meccanismo europeo di scambio delle emissioni di CO2. E la seconda funestata dalle notizie che arrivano dall’Italia su cui viene tenuta aggiornata, tra una sessione di lavoro e l’altra, dallo staff e dai ministri: il traffico aereo in ginocchio per le anomalie alla rete di trasmissione dati, gli scontri nelle piazze tra studenti e polizia, gli autotrasportatori sul piede di guerra.

Sull’Ets ottiene l’impegno ad «accelerare il negoziato legislativo per attenuare l’impatto della volatilità del prezzo sui prezzi dell’elettricità» e, soprattutto, la citazione non scontata dell’Ets 2 (l’estensione del sistema a casa e trasporto su strada) con la «valutazione degli impatti», in relazione alla configurazione e alle misure di salvaguardia. Non è la riforma in sei punti che Meloni ha proposto con il ceco Andrej Babiš, non è il rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2. Però è un’apertura ottenuta dopo trattative estenuanti, durate fino a notte fonda.

Meloni: Bene riferimento a Ets nelle conclusioni del vertice, recepite priorità dell’Italia

Al tavolo l’Italia scontava il peso di un mix energetico ancora sbilanciato su gas e petrolio, che soprattutto da Olanda, Finlandia e Svezia, le è costata l’accusa sotto traccia di non aver fatto abbastanza per rinnovabili e autonomia energetica. Come ha bucato il muro dei nordici e la freddezza di Germania, Francia e Spagna con la sola sponda dei Visegrad? Dimostrando fino allo sfinimento, anche con «ausili grafici» (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), «come alcune scelte, da un certo anno in poi, hanno fatto lievitare i costi dell’energia per le imprese e come questo abbia comportato un pezzo di deindustrializzazione in Europa, di industrie che producevano prodotti che noi oggi importiamo da nazioni che non hanno i nostri stessi standard ambientali». Distorsioni che «vanno corrette».

La premier assiste al ritorno in pompa magna dell’alleanza franco-tedesca con l’intesa su automotive e Made in Europe, ma non mostra delusione. «Corrisponde alle richieste dell’Italia», mette a verbale. E il tedesco Merz lo riconosce: «I nostri amici italiani concordano». Sull’Ucraina, interpellata sui frozen asset russi tornati al centro dell’attenzione per offrire risposte alle richieste di aiuto da parte di Zelensky, Meloni ribadisce la difficoltà giuridica dello strumento e sposta l’asse: «In questo Consiglio era fondamentale un linguaggio chiaro sulle sanzioni verso la Russia. Non si devono fare passi indietro».

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