Sedici giorni di guerra, quattro attacchi diretti contro basi militari in Medio Oriente dove operano anche soldati italiani, una sequenza che da Kuwait a Iraq racconta quanto il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele stia allargando il suo raggio di minaccia.
Nel mirino è finita soprattutto la base di Ali Al Salem, in Kuwait, colpita tre volte dall’inizio degli attacchi congiunti di Usa e Israele contro l’Iran. Poi è toccato anche a Camp Singara, a Erbil, in Iraq.
Il dato che pesa più di tutti, per ora, è questo: nessun militare italiano è rimasto ferito, perché in ogni episodio il personale si è rifugiato nei bunker. Ma la pressione cresce, i danni si accumulano e l’ultimo raid, quello di oggi, ha già lasciato un segno concreto con la distruzione di un velivolo della Task force air italiana. Sullo sfondo restano anche altri attacchi che, nella stessa area, hanno coinvolto i caschi blu dell’Onu.
Il nuovo attacco ad Ali Al Salem: drone su un hangar, distrutto un velivolo italiano
L’episodio del 15 marzo riporta ancora una volta al centro della crisi la base di Ali Al Salem, in Kuwait, diventata uno dei punti più esposti di questa fase della guerra in Medio Oriente. Un drone ha colpito un hangar all’interno della struttura, centrando l’area in cui si trovava un velivolo a pilotaggio remoto della Task force air italiana, andato distrutto.
Si tratta di un MQ-9A “Predator”, utilizzato nell’operazione “Prima Parthica” sotto il comando del colonnello dell’Aeronautica militare Marco Mangini. Era impiegato per missioni di sorveglianza, ricognizione e raccolta informativa nelle attività della Coalizione finalizzate alla sconfitta dell’Isis.











