Le risorse pubbliche disponibili per la cultura non crescono in proporzione alla vastità del patrimonio da tutelare. Ma a mancare in definitiva è anche, forse soprattutto, un diverso assetto di governance in cui pubblico e privato condividono obiettivi, strumenti e responsabilità nella gestione del patrimonio comune. In tutto questo le competenze che il mondo produttivo porta con sé in questo senso sono decisive. E ancora di più la consapevolezza della memoria intesa come risorsa per il futuro, gli archivi e i musei d’impresa visti non come reliquari del passato ma come laboratori dell’innovazione, in cui la cultura politecnica italiana — quella sintesi di saperi umanistici e competenze scientifiche, bellezza e funzionalità — risulta il vero vantaggio competitivo del Made in Italy. È del resto il pensiero sviluppato nel corso di vent’anni di riflessione, come giornalista e poi al vertice di Pirelli e presidente di Museimpresa, da Antonio Calabrò. Che spiega come le discipline umanistiche rispondano a bisogni reali e profondi delle organizzazioni e delle persone che le abitano.
La tutela del patrimonio
Su questo sfondo la proposta in corso di approvazione alla Camera (primo firmatario Maurizio Lupi) di estendere il credito d’imposta dell’Art Bonus per la salvaguardia del patrimonio culturale — introdotto nel 2014, fissato al 65% delle erogazioni liberali — a sette nuove categorie di soggetti privati colma una lacuna strutturale. Ales, la società in house del ministero della Cultura, è l’ente che in concreto gestisce e promuove l’Art Bonus per conto del ministero: raccoglie i dati, pubblica le statistiche, forma gli operatori, promuove le buone pratiche sul territorio. Come spiegato dal suo presidente e ad Fabio Tagliaferri, Ales è pronta alla sfida. «A partire da campagne di informazione e sensibilizzazione che incidano lì dove la percezione dell’importanza di uno strumento così cruciale è minore», come ad esempio nel Mezzogiorno. Anche in modi originali, come aver puntato sul Giro d’Italia proprio nell’ottica di allargare la platea dei donatori anche a semplici cittadini. La revisione dell’Art Bonus trova una sponda positiva anche in Maria Pace Odescalchi, che da presidente dell’Associazione dimore storiche italiane (Adsi) ricorda il valore di oltre 43mila realtà tra castelli, ville, palazzi, giardini storici disseminati in ogni Regione italiana: un patrimonio enorme, capillarmente distribuito sul territorio, intimamente legato all’identità locale, ma finora escluso dagli incentivi fiscali non rientrando appunto nella categoria del “bene pubblico” in senso stretto. Proprio nel superamento di tale logica sta il salto di qualità atteso. «I privati investano di più nelle fondazioni lirico-sinfoniche: è utile anche per loro. Al momento il contributo complessivo nazionale è al 12%, possiamo arrivare fino al 20% dei ricavi totali», incoraggia Fulvio Macciardi, sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli e presidente Anfols.
Un pubblico della bellezza
Della necessità di formare un pubblico per la bellezza – ma nei modi efficaci – insiste Piero Maranghi, editore e ideatore di piattaforme dedicate alla grande musica. Partendo dell’utilità «dell’inciampo», l’evento fortuito che magari nella visita occasionale di un anfiteatro può suscitare in ognuno interessi mai provati.
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