È un ritornello che si ripete da anni: gli italiani tengono troppa liquidità sui conti correnti, oltre 1.600 miliardi, e dovrebbero investire di più. Un’affermazione che dà quasi per scontato che chi resta liquido non sappia come investire o abbia semplicemente paura dei mercati. Ma non è detto sia sempre così.
Tenere i soldi parcheggiati non significa seguire una strategia di investimento fallimentare. Può anche far parte di una pianificazione patrimoniale che preveda una componente destinata ad affrontare gli imprevisti, finanziare progetti imminenti, cogliere opportunità quando si presentano e, in una fase di mercati incerti, ridurre il rischio complessivo del portafoglio.
In molti casi, quindi, può essere una scelta consapevole, non una rinuncia a investire. Peccato, però, che questa scelta non sempre venga adeguatamente remunerata, soprattutto da quando abbiamo vissuto l’era dei tassi a zero.Quando la Bce ha iniziato ad alzare il costo del denaro, milioni di correntisti hanno continuato a detenere liquidità su conti, spuntando rendimenti ridotti ai minimi termini. L’aumento dei tassi si è infatti riflesso rapidamente sul costo dei mutui e dei prestiti e non sulla remunerazione dei depositi. Le alternative per gestire la liquidità in modo più efficiente, tuttavia, non mancano: conti deposito, Etf e fondi monetari, BoT e altri titoli di Stato a breve termine. Soluzioni (descritte nel servizio di copertina) che perseguono lo stesso obiettivo, ma che si differenziano per grado di rischio, liquidabilità, fiscalità, costi e modalità di utilizzo.
Non sempre, però, i risparmiatori che cercano un’alternativa al conto corrente riescono a orientarsi tra questi strumenti e individuare quelli a loro più adatti. In questo caso la scelta non è quella di mantenere liquidità, ma di non scegliere come gestirla, con un costo silenzioso che magari non si vede nell’estratto conto ma che si accumula nel tempo, mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto. E proprio in questa fase il risiko bancario potrebbe trasformarsi in un banco di prova. Se le aggregazioni aumenteranno i margini nei bilanci degli istituti di credito, qualche beneficio andrebbe trasferito alla clientela e quindi la gestione della liquidità non potrà restare in secondo piano.
Da anni i depositi garantiscono agli istituti una raccolta stabile e a basso costo. Paradossalmente c’è il rischio che i correntisti possano essere penalizzati da una minor concorrenza per la riduzione delle realtà bancarie a disposizione, anche se una forte spinta concorrenziale sta arrivando dalle banche fintech e da quelle estere che devono riconoscere un rendimento più equo alla liquidità e non soltanto nelle campagne pubblicitarie riservate ai nuovi clienti, ma anche nelle condizioni offerte con continuità a chi ha già affidato loro i propri risparmi.











