Storie Web giovedì, Febbraio 19
“L’inverno demografico? Rischi per crescita e produttività”

“Avremo una popolazione numericamente inferiore e una popolazione più anziana. I numeri sono piuttosto chiari. Occorre fare i conti con una transizione già in corso, i cui effetti vediamo sul mercato del lavoro, sull’istruzione”. Qualche mese fa la presidente dell‘Ufficio parlamentare di bilancio Lilia Cavallari (e presidente dell’European Union Independent Fiscal Institutions Network, rete di coordinamento che riunisce le istituzioni fiscali indipendenti dei paesi membri dell’Ue) ha svolto un’audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto. 

E oggi Cavallari spiega a Rainews.it  quale potrebbe essere l’impatto del cambiamento demografico sui conti pubblici, sul mercato del lavoro e sulla crescita economica dell’Italia. “Occorrerà attrezzare il sistema di welfare per garantire prestazioni adeguate a una popolazione più anziana: agire sulla qualità delle prestazioni pensionistiche, della sanità e dell’assistenza a lungo termine. E occorre però anche agire sull’attrattività, sulla capacità di attrarre persone, forza lavoro qualificata e da qualificare. Sono le uniche ‘armi’ per contrastare l’effetto meccanico di riduzione della popolazione e della forza lavoro”.

Cosa dicono i dati?

“Le persone giovani, nella fascia 0-30 negli anni Cinquanta erano più del 50% della popolazione, oggi sono intorno al 28%, tra dieci anni saranno circa il 24% della popolazione. Quindi il declino demografico fa sì che la quota della popolazione giovanile diminuisca, in modo particolare nelle fasce più giovani come i bambini e questo si riflette anche nella scuola. C’è invece un aumento della quota degli anziani, erano meno del 10% negli anni Cinquanta oggi c’è il 35% di popolazione over 65. Questi cambiamenti si riflettono anche nelle spese per l’istruzione, che vediamo diminuire”.

Si discute molto di politiche per la natalità

“Sicuramente sono importanti. Tanti altri Paesi, pensiamo alla Francia di qualche decennio fa, hanno fatto politiche per la natalità però perché questo produca degli effetti visibili sul mondo del lavoro occorrono decenni. Nell’immediato le carenze non possono certo essere risolte con le politiche per la natalità, certamente è bene che ci siano per rallentare, invertire, la transizione demografica che stiamo vivendo e l’esperienza dei paesi che hanno fatto ricorso a politiche di questa natura, penso a Francia e Germania, sono esperienze positive. Però ci vuole molto tempo”.

Intanto l’impatto della transizione sulla crescita economica qual è?

“C’è un impatto diretto, una pressione di spesa legata all’invecchiamento della popolazione e riguarda soprattutto pensioni e sanità. E c’è un impatto indiretto ed è legato alla capacità di crescita dell’economia e anche questo si riflette sui conti pubblici. Quello che vediamo è un aumento della spesa che durerà almeno fino al 2040, quando la spesa pensionistica arriverà a superare il 17% del Pil e poi comincerà a decrescere. Per quel che riguarda i conti pubblici sarà importante gestire questo aumento della spesa, poi quando comincerà a scendere, perché si ridurrà la popolazione, allora il tema per i conti pubblici sarà quello di garantire prestazioni pensionistiche adeguate”.

E l’impatto sul mondo del lavoro?

“C’è un effetto puramente meccanico che è la diminuzione della forza lavoro, quindi diminuisce la popolazione nella fascia attiva, tra i 15 e i 64 anni, e questo chiaramente riduce le unità di lavoro e ha un effetto negativo sulla crescita e c’è un effetto legato all’invecchiamento, al cambiamento nella composizione della popolazione, che diventa più anziana. E questo si accompagna a una minore produttività. Questo effetto indiretto, che agisce soprattutto attraverso il mercato del lavoro, è un effetto sul quale le politiche pubbliche possono fare molto”.

Ad esempio?

“Aumentare la partecipazione al mercato del lavoro. Il passaggio dalla inattività all’attività lavorativa. Gli inattivi in Italia sono oltre 12 milioni, non lavorano e non cercano lavoro. È importante capire quali sono le caratteristiche di questa fascia così ampia della popolazione – quasi la metà della forza lavoro – per disegnare misure mirate che servono a indurla a lavorare. Buona parte di questa popolazione, i 2/3, è costituita da donne, che adducono come principale motivazione il carico di cura. Quindi sono sicuramente importanti politiche di conciliazione per stimolare più donne a partecipare al mercato del lavoro. Inoltre, questa fascia di inattivi ha una percentuale molto alta di persone con scarsa formazione, titoli di studio bassi, poche competenze. Quindi servirebbero politiche di istruzione per i giovani e formazione e riqualificazione per i più grandi. Molti progressi sono stati fatti ma è bene continuare con politiche mirate”.

Le politiche migratorie sono importanti?

“Abbiamo due aspetti della migrazione: le migrazioni interne e le migrazioni verso l’estero. Il saldo migratorio verso l’estero ci vede sfavoriti dal punto di vista delle caratteristiche di competenza e qualificazione. Noi importiamo immigrati che hanno basse caratteristiche di competenza ed esportiamo invece titoli di studio molto elevati, è molta alta la percentuale di laureati che vanno all’estero. Quindi il saldo migratorio da questo punto di vista è molto sfavorevole. C’è poi un tema di numerosità dell’immigrazione, da 200 mila all’anno si passa a meno di 150 mila nel giro di qualche decennio e questo è un problema soprattutto per alcuni settori, dall’agricoltura, al turismo, settori che potranno registrare carenze di personale”.

Come si può intervenire? 

“Si interviene cercando di rendere attrattivo il lavoro in Italia, attraendo persone con competenze elevate e trattenendo i nostri giovani con competenze elevate. E l’attrattività è fatta da tanti elementi, le politiche pubbliche anche qui possono incidere. Innanzitutto l’attrattività è fatta di opportunità e possibilità di avere un progresso nella carriera e dei salari attraenti, ma anche politiche che rendono attraente stabilirsi su un territorio: politiche abitative, trasporti, servizi, soprattutto per le giovani famiglie che disegnano il loro futuro”.

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