L’iter della legge elettorale parte martedì in commissione Affari Costituzionali alla Camera. Ma è probabile che si entri nel vivo solo tra qualche settimana vista la pausa pasquale e la probabile richiesta di audizioni sul testo. Un tempo congruo – ragiona qualcuno nella maggioranza – anche per far «depositare le scorie» dello scontro referendario sulla giustizia e per provare a tentare più agevolmente un dialogo con le opposizioni. Un canale di comunicazione che al momento sembra chiuso ma che – dopo l’esito referendario – viene considerato nel centrodestra indispensabile per provare a portare a casa la partita.
Quattro relatori
Sono quattro, uno per ciascun partito di maggioranza, i relatori del disegno di riforma della legge elettorale. Si tratta di Nazario Pagano (FI) che è anche presidente della commissione, Angelo Rossi (FdI), Igor Iezzi (Lega) e Alessandro Colucci (Nm). Come deciso nei giorni scorsi dall’ufficio di presidenza, il testo presentato dal centrodestra sarà abbinato ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia presentate anche dall’opposizione. Il partito della premier è quello che più spinge all’interno della maggioranza per andare avanti con la riforma elettorale: l’obiettivo è superare i collegi del Rosatellum per scongiurare il rischio pareggio. E il premio di maggioranza per chi supera il 40% dei voti disegnato dal testo depositato in Parlamento il 26 febbraio scorso produce appunto un risultato certo: chi arriva prima, anche di poco, vince e governa. Ma il meccanismo congegnato, ossia un premio legato a quei listini fissi di 70 deputati e 35 senatori chiesti dalla Lega, rischia di produrre una maggioranza che supera la “soglia costituzionale” del 55% rendendo così il vincitore autonomo per l’elezione del Capo dello Stato.
Premio rivedibile
Da qui la proposta rivolta all’opposizione del presidente meloniano della prima commissione del Senato Alberto Balboni: un premio variabile che non superi in ogni caso il 55% dei seggi, come avviene nelle Regioni (con il 45% si prende un premio del 10%, con il 50% del 5%…) e una soglia minima perché scatti il premio «stabilita di comune accordo tra tutte le forze politiche tra il 40 e il 45%». La prossima settimana si parte, o meglio si riparte: se mai la riforma elettorale andrà in porto, sarà molto diversa da quella depositata prima del referendum. Modifiche sul premio giudicato troppo ampio vengono infatti chieste come precondizione anche a sinistra per valutare una qualsiasi apertura di dialogo.
Il nodo ballottaggio
Sotto la lente resta anche il ballottaggio, che vede i dubbi di FI e Lega, mentre FdI ha da sempre chiesto l’introduzione delle preferenze. Su questi tre punti, tra l’altro si è soffermato anche il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso ricordando le sentenze del 2014 e nel 2017 sulle leggi elettorali nelle quali «sono stato affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature e liste bloccate». «Ci sono dei principi – è il monito – che la Corte ha affermato che, quindi, non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale».










