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Come per ogni elezione, anche quest’anno nei piccoli Comuni si presenteranno liste piene di militari. Non hanno possibilità né interesse a farsi eleggere, ma il solo presentarsi nelle liste permette loro di godere di un mese di ferie pagate. Il presidente dell’Unione dei comuni la definisce “una presa in giro per le comunità”. Alla Camera in esame una legge che prevede un numero minimo di firme anche per i Comuni più piccoli.

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Anche quest’anno, come a ogni tornata elettorale, si rinnova il caso delle liste elettorali ‘farlocche’ di militari. Una sorta di truffa legalizzata, che funziona così: nel pieno rispetto della legge, militari e forze di polizia formano liste elettorali per concorrere in una città qualsiasi. Non hanno reali possibilità di farsi eleggere e spesso il Comune scelto (che deve avere meno di mille abitanti) non ha nulla a che vedere con quello in cui i militari sono nati o lavorano. La semplice presentazione della lista, però, permette loro di godere di un periodo di congedo (retribuito) per l’intera durata della campagna elettorale. Un ingiusto privilegio che resiste da tempo, complice il disinteresse del mondo della politica e del ministero della Difesa. Ma anche “una stortura della democrazia”, come ha denunciato Marco Bussone, presidente nazionale dell’Uncem (Unione nazionale Comuni, comunità e enti montani). Ma quali norme la rendono possibile?

Il congedo elettorale, una legge giusta con dentro l’inganno

Tutto dipende dal combinato disposto di due norme. La prima è quella che prevede che per le elezioni in Comuni sotto ai mille abitanti non ci sia l’obbligo di raccogliere le firme per presentare le liste. L’altra è l’articolo 1484 del Codice dell’Ordinamento Militare:

I militari candidati a elezioni per il Parlamento europeo, a elezioni politiche o amministrative possono svolgere liberamente attività politica e di propaganda al di fuori dell’ambiente militare e in abito civile. Essi sono posti in apposita licenza straordinaria per la durata della campagna elettorale

Il principio su cui si basa questa legge è sacrosanto: garantire che ogni cittadino sia messo nelle condizioni di esercitare non solo l’elettorato attivo (votare), ma anche quello passivo (farsi votare). Per questo motivo i contratti collettivi nazionali permettono ai dipendenti pubblici (a tempo indeterminato) di usufruire di un periodo di aspettativa per candidarsi alle elezioni. Sono norme pensate per garantire la possibilità di fare campagna elettorale anche a chi ha impegni di lavoro che assorbono tempo ed energie. Le storture, però, sono dietro l’angolo. La prima è che per i dipendenti pubblici l’aspettativa non prevede retribuzioni, mentre per i corpi militari (e anche per le forza di polizia) il periodo è totalmente retribuito. Inoltre, per i militari il congedo può durare anche molto di più dei 30 giorni di campagna elettorale, perché la procedura scatta “dal momento della accettazione della candidatura”. L’aspettativa quindi può durare 45-50 giorni.

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Sulla base di questo combinato disposto, per le elezioni dei piccoli centri si creano dal nulla delle liste “di scopo” (laddove lo scopo consiste in un mese di aspettativa retribuita) formate in larga parte o del tutto da militari non residenti nel comune. Che non hanno nessuna possibilità né interesse a farsi eleggere e spesso racimolano una manciata di voti, se non zero. Il problema delle liste ‘farlocche’ ha contaminato molto spesso i Comuni delle regioni del centro-sud, dal Lazio al Molise. Uno dei casi più eclatanti ha visto protagonista la cittadina di Macchia Valfortore (provincia di Campobasso): sette liste e settanta candidati alle ultime elezioni, per un comune che ha circa 200 elettori. In vista delle comunali del prossimo 8 e 9 giugno, solo in Campania si contano 25 liste dominate da candidati militari. Nella sola provincia di Caserta ce ne sono dieci, ma il fenomeno riguarda anche i comuni nelle zone di Benevento, Avellino e Salerno.

Liste farlocche: come risolvere il problema?

Sul tema si è fatto sentire Marco Bussone, presidente dell’Unione nazionale Comuni e enti montani (Uncem). “Avevamo denunciato alla politica già molti mesi fa che l’arrivo nei piccoli Comuni di “liste farlocche”, con candidati totalmente esterni ai paesi, è una stortura della democrazia. Una presa in giro per le comunità“, ha dichiarato. Bussone chiede di “mettere un argine alle liste che arrivano nei Comuni ma che sono totalmente ’esterne’ ad essi, con candidati che mai sono stati in quei Comuni. Arrivano per caso, spesso con liste di partiti, o che si rifanno a partiti, ma anche ’civiche’, costruite in batteria per diversi centri al voto di un medesimo territorio. Un danno per tutti. Anche per i candidati del paese, che lo vivono e lo costruiscono da sempre”.

La soluzione ci sarebbe e non sembra troppo difficile. Non sarebbero accettabili limiti al diritto di concorrere alle elezioni; si può invece prevedere un numero minimo di firme anche per le liste nei Comuni più piccoli. Esiste su questo punto una proposta di legge già approvata dal Senato, ma ancora in esame alla Camera. La nuova legge imporrebbe – se approvata – un numero minimo di firme (dieci o quindici, persino cinque nei comuni con meno di 500 abitanti) per la sottoscrizione delle liste. È la stessa soluzione che il presidente dell’Uncem Bussone chiede “da tempo. Così si isola chi arriva solo per strani tornaconti, come permessi per impegno amministrativo o qualche particolare mira di conquista. È una questione di democrazia da affrontare al Viminale. Anche i prefetti siano con Uncem nel chiedere una azione politica per salvaguardare i Comuni”. Almeno fino alle prossime elezioni, però, si applicheranno le norme vigenti e le liste farlocche resteranno in piedi.

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