
Dieci miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2040 e oltre 31mila posti di lavoro. Sono i numeri con cui Systemiq, società di consulenza internazionale, quantifica il potenziale economico delle proteine alternative per l’Italia, secondo l’analisi elaborata con il supporto del think tank The Good Food Institute Europe. In uno scenario che i ricercatori definiscono di «ambizione moderata», il mercato italiano dei soli prodotti finali a base di proteine alternative potrebbe raggiungere circa 6 miliardi di euro entro il 2040, a cui se ne aggiungerebbe altri 4 dalla filiera. Si tratta di una modellizzazione che presuppone condizioni specifiche: «progressi tecnologici, riduzioni dei costi, quadro regolatorio prevedibile e investimenti pubblici e privati costanti», spiegano da Systemiq. In questo contesto, le proteine alternative sostituirebbero parzialmente i prodotti di origine animale: circa il 13% dei consumi di carne, l’8% di quelli pesce, il 25% dei latticini e l’8% delle uova.
Il settore – prodotti a base vegetale, carne coltivata (se sarà messa in commercio in futuro, ndr) e ingredienti da fermentazione – è una possibile risposta a sfide urgenti: secondo le stime Gfi la domanda globale di carne crescerà del 50% entro il 2050 e le proteine alternative possono ridurre fino al 90% l’uso del suolo e abbattere le emissioni rispetto ai sistemi tradizionali.
«L’Italia parte da una posizione privilegiata: primato europeo di ricercatori nel campo, forte tradizione agroalimentare e consumatori attenti a sostenibilità», dichiara Rupert Simons, partner di Systemiq. Oggi le vendite al dettaglio dei prodotti plant based in Italia ammontano a poco più di 600 milioni di euro, secondo Circana, con una crescita del 7,6% nell’ultimo anno. Raggiungere i 6 miliardi previsti al 2040 richiederebbe un’accelerazione significativa, soprattutto considerando le incognite legate alla carne coltivata e ai prodotti da fermentazione di precisione.
C’è comunque un nodo difficile da sciogliere: nonostante l’Italia sia seconda produttrice di ceci nell’Ue e responsabile del 36% della produzione europea di soia, il Paese rimane fortemente dipendente dall’estero: nel 2023 circa il 70% della soia era importata. Un dato che sottolinea la necessità di rafforzare l’autonomia proteica nazionale, con l’agricoltura italiana che potrebbe giocare un ruolo centrale. La diversificazione proteica potrebbe far raddoppiare la domanda di legumi. Per l’Italia, questo scenario rappresenta un’opportunità di valorizzare i seminativi nazionali, incentivando legumi e proteoleaginose per l’alimentazione umana. «Il settore delle proteine vegetali è strategico, ma vanno create le condizioni per sviluppare una filiera competitiva, investendo in ricerca e innovazione agricola», commenta Deborah Piovan, presidente della Federazione nazionale proteoleaginose di Confagricoltura.
L’analisi di Systemiq e Gfi si inserisce in un quadro europeo più ampio: entro il 2040 il settore potrebbe generare 111 miliardi di valore aggiunto in Europa e circa 400mila posti di lavoro. Per raggiungere questi risultati servirebbero investimenti sostenuti per la scalabilità produttiva. Lo studio stima un fabbisogno medio annuo di circa 2,6 miliardi di euro per l’Italia nei prossimi 15 anni (700 milioni pubblici, 1,9 miliardi privati). «Nel contesto europeo, questo livello – sottolineano da Systemiq – non è irrealistico: nel 2021 le batterie hanno ricevuto quasi 3 miliardi attraverso una singola iniziativa, 3,3 miliardi sono stati destinati ai semiconduttori, mentre nel 2022 due programmi hanno mobilitato 10,6 miliardi per l’idrogeno verde. L’investimento ipotizzato per le proteine alternative è rilevante, ma in linea con quanto l’Ue ha già fatto per altri comparti industriali strategici. Una sfida ambiziosa che, per l’Italia, vale dieci miliardi».












