Storie Web mercoledì, Febbraio 4
L’allarme delle Fonderie: «Con il Cbam settore a rischio chiusura»

Il meccanismo Cbam, Carbon Border Adjustment Mechanism, mette in crisi le fonderie italiane, che chiedono correttivi urgenti alla normativa, denunciando il rischio concreto di un blocco produttivo per l’intero comparto. Allarme lanciato da Assofond (associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane) al Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, durante il tavolo di confronto tenutosi al Mimit con le principali industrie energivore.

Prima ancora dei problemi strutturali generati dal meccanismo – spiega Assofond in una nota – a preoccupare le fonderie è la paralisi degli acquisti di materie prime soggette a Cbam, come ghisa in pani, ferroleghe, alluminio grezzo. Il prezzo di questi input produttivi fondamentali per il settore è infatti al momento impossibile da quantificare, dato che dipenderà dal valore dei certificati Cbam, che saranno certi solo nel momento in cui gli importatori potranno procedere all’acquisto dei certificati stessi, a partire da febbraio 2027. Situazione senza precedenti che per Assofond ha generato il caos: fornitori e acquirenti non sono al momento in grado di fissare un prezzo, condizione che sta determinando un blocco delle vendite e un concreto rischio di shortage di materiali.

La mancata protezione

Oltre al blocco operativo, il settore denuncia un grave difetto di progettazione del meccanismo. Le fonderie europee pagano infatti dazi ambientali sugli input (ghisa, ferroleghe, alluminio grezzo), subendo rincari fino al 35%, ma la maggior parte dei loro prodotti finiti non gode di alcuna protezione equivalente.

«Il problema è tecnico spiega il presidente di Assofond Fabio Zanardi – ma le conseguenze sono devastanti. Le nostre materie prime non vengono prodotte in Europa, se non in quantità assolutamente insufficienti a soddisfare la domanda interna. Siamo quindi costretti a importarle dall’estero a costi crescenti. I nostri concorrenti extraeuropei, invece, possono utilizzare materie prime locali o acquistarle a basso costo dalla Russia (cosa che noi non possiamo fare a causa delle sanzioni), produrre il getto in loco e importarlo in Ue senza pagare alcun dazio: ciò è reso possibile dal fatto che quasi tutti i codici doganali che identificano le fusioni non sono ricompresi nel Cbam. È un chiaro incentivo alla delocalizzazione».

Per sanare questa distorsione, Assofond e la European Foundry Federation (EFF) hanno individuato oltre 35 codici doganali specifici che coprono sia fusioni di metalli ferrosi sia non ferrosi per i quali richiedono l’urgente inclusione nel meccanismo.

Condividere.