Di fronte a questi dati il RCEM ha lanciato la campagna “Safe to Care”, chiedendo ai governi del Regno Unito interventi immediati per ridurre le attese, eliminare le cure nei corridoi, rafforzare la sicurezza e sostenere davvero il personale che ogni giorno rischia sulla propria pelle. Il presidente del RCEM, Ian Higginson, non usa mezzi termini: nessuno dovrebbe andare al lavoro temendo, o peggio aspettandosi, di essere aggredito, intimidito o insultato, eppure questa è la realtà quotidiana della maggioranza dei suoi colleghi. Dal Dipartimento della Salute britannico arriva una condanna netta di ogni forma di violenza contro il personale NHS, insieme al riferimento a nuovi standard nazionali, introdotti a luglio, che impongono ai datori di lavoro del servizio sanitario misure concrete per prevenire e ridurre questi episodi.
Anche in Italia, si ripete lo stesso copione
Se Atene piange, Sparta non ride. Basta dare un’occhiata ai dati italiani per accorgersi che la nostra situazione non è affatto rassicurante. Secondo la Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie del Ministero della Salute, nel 2025 si sono registrate quasi 18.000 aggressioni a operatori sanitari e socio-sanitari in Italia, che hanno interessato oltre 23.000 professionisti (una singola aggressione può infatti coinvolgere più persone contemporaneamente). Anche in Italia a prevalere sono soprattutto le aggressioni verbali (nel 69% dei casi), seguite da quelle fisiche (25%) e da quelle contro la proprietà (6%). Le categorie più colpite sono gli infermieri, che da soli rappresentano oltre la metà degli episodi, seguiti da medici e operatori socio-sanitari, mentre le donne sono le vittime più frequenti, superando il 60% delle segnalazioni nella maggior parte delle Regioni.
Come nel Regno Unito, anche da noi la maggior parte degli episodi di violenza si verifica in ospedale e in particolare proprio nei pronto soccorso, oltre che nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nei reparti di degenza. Il sovraffollamento, le lunghe attese, la scarsa e insufficiente comunicazione con i familiari dei pazienti emergono come fattori scatenanti anche nelle analisi italiane. E intanto la legge 171/2024 ha rafforzato gli strumenti penali, prevedendo anche l’arresto in flagranza (anche differita) per le aggressioni documentate da video e prove documentali. Non mancano timidi segnali di miglioramento, come in Lombardia, dove nel 2025 le segnalazioni di aggressioni sono diminuite di circa il 16% rispetto all’anno precedente grazie al rafforzamento dei sistemi di allertamento rapido collegati alle forze dell’ordine, ma la cronaca continua a registrare gravi episodi quasi ogni settimana, dagli ospedali del Veneto, a quelli della Puglia.
Un aspetto che accomuna Regno Unito e Italia è la sensazione diffusa tra gli operatori che la violenza sia ormai considerata quasi “normale”, parte del lavoro quotidiano e che il sistema fatichi a proteggerli davvero. Per questo, sia oltremanica che da noi, la richiesta che arriva da medici e infermieri è la stessa: non bastano telecamere e pulsanti antipanico, serve affrontare alla radice le cause della tensione nei pronto soccorso, a partire dal sovraffollamento, dalle attese infinite e dalla carenza di personale medico e infermieristico che ogni giorno mettono a dura prova i nervi di pazienti e operatori. La parola d’ordine insomma è “riorganizzazione”. Ma soprattutto, tolleranza zero contro la violenza.












