Storie Web sabato, Giugno 22
Notiziario

Ultimo si è esibito per due serate al Maradona davanti a decine di migliaia di persone in estasi: il racconto di un amore musicale tra pubblico e artista.

Ultimo (ph Simone Di Luca)

Il Maradona di Napoli pieno per due sere consecutive non fanno neanche più notizia, lo farebbe se fosse mezzo vuoto. Ultimo, ormai, non ha più alternative, gli stadi sono l’unico posto in grado di contenere i suoi fan senza dover fare, ogni volta, almeno una decina di palazzetti per città. È incredibile pensare che nonostante la giovane età, siano anni, ormai, che il cantautore romano abbia lo stadio come riferimento unico per i suoi live e un po’ è un peccato, perché se da una parte gli permette di esprimere al meglio il suo lato pop rock (l’inizio del concerto è molto tirato), si perde un po’ il lato più ballad, romantico che in qualche modo caratterizza la sua musica. Questo, sia chiaro, vale per tutti, l’esperienza allo stadio vale solo per un senso di comunità o per uno spettacolo stile Coldplay, per il resto, musicalmente e come vicinanza all’artista lascia sempre molto a desiderare.

Che sia o meno la propria tazza di tè, vedere Ultimo allo stadio ha senso se si vuol toccare con mano il suo successo incredibile: non bastano i numeri sui social, non rendono bene l’amore che il suo pubblico ha per lui, una venerazione che ricorda un mito della musica italiana. Insomma, non diciamo nulla di nuovo né di sconvolgente se ancora una volta il paragone va a Vasco. Non ce ne vogliano i vaschiani di ferro, è chiaro però che il modello sia quello, è la prima reference che viene alla mente, sia per la scelta di spingere sulla sezione ritmica fin da subito, sia per l’atteggiamento che Ultimo ha sui vari palchi di cui si compone la scenografia. È evidente che Niccolò Morriconi abbia scelto bene da quale live pescare, e il riferimento doveva per forza essere uno che negli stadi ci sta sempre comodo, che mescola nel suo repertorio rock, ballad, e soprattutto che abbia un pubblico che lo venera.

E i fan di Ultimo lo venerano, c’è poco da fare: varie età, canzoni cantate a squarciagola, lacrime, baci, abbracci, insomma tutto il repertorio completo. Ultimo non ha ancora il physique du rôle di Vasco, sul palco può ancora migliorare i movimenti e soprattutto le interazioni col pubblico, però è innegabile come basti la sua musica a coinvolgere le decine di migliaia di persone che lo seguono sempre in tutte le date. Certo, lo stadio porta anche a certe esagerazioni, tipo gli assoloni un po’ troppo spinti, che sembrano anacronistici, e come detto certe movenze, perché mantenere con la propria presenza fisica vari palchi è complesso.

La scaletta del concerto di Ultimo allo stadio Maradona di Napoli, l’ordine delle canzoni

Ultimo (ph Alfonso Maria Salsano)

Ultimo (ph Alfonso Maria Salsano)

Per il resto, però ci sono le canzoni, quelle che parlano di amori persi, altri che nascono, di storie che non avranno mai un lunedì (Lunedì fatta voce e chitarra folkeggiante una delle cose migliori viste), di figli che non esistono ancora a cui raccontare cose, della paura di figli che forse nasceranno quando sarà un “vecchio cantante di successo” e poi ci sono le immagini di Jacqueline sullo sfondo, mettendo dentro a una scaletta da oltre 30 canzoni tutti i suoi successi e anche un messaggio di pace, con le immagini di Gaza che scorrono sul video mentre si esibisce in “Alba”, chiudendo con un silenzio e il viso serio e uno sguardo serio rivolto davanti a sé.

Quello che ci pare di aver capito, ribadito forse, è che queste migliaia e migliaia di persone – dalle età disparate – affidano a queste parole e queste storie la costruzione di un certo mondo emotivo, le parole di Ultimo parlano direttamente al cuore di quelle persone, racconti semplici, emozioni semplici, sentimenti semplici, con parole semplici, perché, in fondo, lo dice lui stesso: “Non ricordavo che ridere fosse semplice dentro ad un bar, perché non servono chiese o palazzi: l’amore è semplicità”. Ecco, a volte, però, è tutto un po’ troppo semplice, tutto molto diretto, talvolta didascalico, manca un po’ di complessità emotiva, quella voglia che abbiamo di poter contribuire a costruirlo anche noi quel mondo, interpretandolo – come avviene anche nelle poesie – non “subendolo”. Ma questo è solo un consiglio non richiesto, perché per ora, numeri alla mano, hanno ragione lui e il suo pubblico.

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