Storie Web martedì, Gennaio 27
La salvezza dell’umano è l’integrazione con la Natura

David Abram è un filosofo e saggista statunitense, noto soprattutto per il suo lavoro nel campo dell’ecofilosofia e dell’ecopsicologia, una delle figure più importanti nel movimento del nuovo animismo e della riflessione sul rapporto sensoriale tra esseri umani e ambiente naturale. Il che non è poco in un periodo in cui l’America è in subbuglio, e il suo presidente è uscito da tutti gli accordi e le organizzazioni ambientali.

Il mondo più-che-umano

Non solo, Abram è un ecologo culturale che lavora su percezione, linguaggio e cognizione umana del cosiddetto “mondo più-che-umano” ovvero quella parte di ricerca sui linguaggi intra- e interspecifici, che lavora per reintegrare la Natura all’interno delle nostre società, così da renderle più “sane”. Lo intervistiamo in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, «L’incanto del sensibile. Percezione e linguaggio in un mondo più-che-umano» (ed.nottetempo, €21,90 cura e trad. Daniela Boccassini). «Siamo umani solo in contatto e convivialità con ciò che è non-umano, co-evolviamo con gli altri animali, le piante selvatiche, allo stesso modo con le montagne e i fiumi – dice Abram – i nostri corpi si formano all’interno di una delicata reciprocità, una texture di interazione con l’altro, non a caso siamo strutturati per integrarci in maniera coerente con tutto il Vivente, viceversa siamo condannati all’estinzione».

Guardare i meccanismi della Natura

Il modo in cui la Natura mostra sé stessa in quel mistero che chiamiamo Terra (per dirla à la William Blake) «attiene allo spettacolo della vita, la Natura schiude processi meccanici, trasforma tutto – conosciamo le leggi di Lavoisier – la mente umana deve comprendere, infine, che facciamo parte di questo mondo: le creature umane sono creature, come gli altri animali, abbiamo limiti, e partecipiamo al “cosmo” vivente. Dobbiamo essere in grado di guardare alla relazione e la reciprocità con questo Vivente, non solo ai processi delle macchine, ma ai meccanismi della Natura che costruisce».

Per Abram la cultura e la tecnologia umana sono un sottoinsieme di un insieme più ampio, il mondo umano è incorporato, permeato, dipendente dal mondo più-che-umano che lo supera, per l’ecologo dobbiamo tornare al corpo, senza il quale «non si ha accesso a tutti gli altri punti di vista che ci compongono», del resto continua: «L’esperienza sulla Terra si forma attraverso i nostri sensi: occhi, pelle, lingua, udito, naso, occhi, viso, tatto sono ponti che ricevono la conoscenza dell’alterità, i paesaggi della voce, brillano insieme alla famiglia allargata con cui soffriamo e celebriamo la vita».

Negoziare con tutti gli aspetti dell’habitat

La nostra specie deve negoziare con tutti gli aspetti dell’habitat, così da evolvere, è così che il più-che-umano di cui parla Abram «ci fa cambiare, ascoltare, replicare questi suoni e movimenti del mondo, che diventano nostri – il colore del cielo, le onde del mare, il tuono, lo stormire delle querce – sono una relazione; ogni suono è un incontro e un intreccio della reciproca mutualità di cambiamento che condividiamo con gli animali, le piante», e se non vogliamo fare cambiamenti “solipsistici” dobbiamo anche, continua lo studioso «uscire da questa bizzarria tecnologica che chiude la mente umana in una immagine di sé stessa, e non è in grado di concepire l’esteso sistema nervoso del mondo».

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