Storie Web domenica, Gennaio 18
La manovra in Aula al Senato. Dieci giorni per l’ok definitivo, altrimenti scatta l’esercizio provvisorio

Dopo non poche tensioni all’interno della maggioranza, che in alcune sedute in notturna della Commissione Bilancio del Senato hanno rischiato di far saltare il banco, a cominciare dal nodo pensioni, la manovra approda in aula a Palazzo Madama, per ottenere il primo via libera dei senatori. Dopodiché, la palla passerà ai colleghi deputati, che in tempi strettissimi dovranno esaminare e approvare le misure del Ddl di Bilancio. Il semaforo verde della Camera dovrà scattare entro mercoledì 31 dicembre. Il conto alla rovescia è partito: mancano dieci giorni.

Lo spettro dell’esercizio provvisorio

Se questo non dovesse accadere, ed è un’ipotesi allo stato attuale poco realistica, scatterà l’esercizio provvisorio, ovvero un regime eccezionale che suona come un segnale di instabilità politica o difficoltà tecnica, poiché limita fortemente la possibilità di avviare nuovi investimenti o riforme programmate dalla nuova manovra.

La tabella di marcia: martedì 23 dicembre le dichiarazioni di voto

«Abbiamo previsto di iniziare con le dichiarazioni di voto martedì mattina (23 dicembre, ndr)», ha anticipato il presidente del Senato Ignazio La Russa aggiungendo che «prima di metà pomeriggio dovremmo finire». «Faremo Natale con la Manovra approvata nel Senato, poi si andrà tra Natale e Capodanno ad approvarla alla Camera», ha assicurato il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Il bicameralismo alternato

Così come lo scorso anno è accaduto al Senato, quest’anno sarà dunque la Camera a dover approvare un testo della manovra sostanzialmente “blindato”, in quanto i tempi estremamente risicati non consentono di apporre modifiche. L’ennesima prova di bicameralismo alternato, o monocameralismo di fatto (o “dimezzato”): una prassi parlamentare italiana in cui, per velocizzare l’iter legislativo, una sola Camera (Camera o Senato) esamina un provvedimento in prima lettura e l’altra si limita a ratificarlo, spesso con una questione di fiducia, deviando dal bicameralismo perfetto paritario previsto dalla Costituzione.

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