Dimenticate le ruvide maglie che all’inizio dell’autunno si imponevano a ogni bambino: nel 2026 di lana possono essere fatte anche leggere, morbide e lussuose creazioni di intimo. La nuova collaborazione fra Wolford e Woolmark, una capsule di capi realizzati al 100% o all’85% con lana merinos, segna un’innovazione importante nelle declinazioni della fibra, dall’abbigliamento all’automotive, dallo sportswear all’arredo. «Anche se è usata da millenni, la lana è una fibra ad alta tecnologia – dice Francesco Magri, responsabile di Woolmark per il Centro e l’Est Europa -. Per esempio, è la migliore per la regolazione dell’umidità, trattiene gli odori il 66% in meno del poliestere, è al 95% biodegradabile dopo 15 settimane. Per questo abbiamo chiamato “Natural Intelligence” la nostra nuova campagna, con cui puntiamo a sensibilizzare aziende e consumatori sui molteplici vantaggi della lana».
Con una ricerca condotta da Ipsos in cinque Paesi, Woolmark (che promuove e certifica la qualità della merinos australiana) ha anche evidenziato come l’82% dei consumatori intervistati preferisca capi in fibre naturali e il 67% sia disposto a spendere di più per acquistarli: anche per questo la domanda di lana è in aumento in tutto il mondo, nonostante la sua produzione copra, secondo l’ultimo report di Textile Exchange, appena lo 0,7% del totale, dominato dal 59% dal poliestere.
«La paura per le microplastiche sta certamente sostenendo la crescente preferenza per le fibre naturali – prosegue Magri -. Oggi sostenibilità non significa solo cura dell’ambiente, ma anche di noi stessi. In Giappone sta accadendo un fenomeno emblematico: è in grande sviluppo l’abbigliamento per l’healthness, capi che aiutano a essere in salute. È una categoria che di certo si espanderà, e troverà nella lana la fibra perfetta». Certamente le nuove applicazioni della lana favoriscono la produzione dei micronaggi minori, con un aumento della domanda soprattutto per le lane Ultra e Super Fine, dunque sotto i 18.6 micron, che corrispondono alla maggioranza della produzione australiana, quest’anno in calo del 10% rispetto al precedente ma sempre di maggiore qualità, anche grazie agli investimenti per il miglioramento delle razze iniziati circa 30 anni fa.
L’aumento della domanda globale sta spingendo anche altri Paesi a investire negli allevamenti: la Gran Bretagna ha lanciato nel 2024 il progetto “Great British Wool Revival” e più di recente l’American Sheep Industry Association un concorso di idee per recuperare la filiera nazionale ormai perduta. In Italia, l’Osservatorio Fila – Filiera Produzione Sostenibile Lane Autoctone, nato all’interno dell’Università di Chieti-Pescara, è stato appena candidato al Compasso d’oro Adi 2026 per la categoria Ricerca per l’impresa.
«Ben venga la produzione di altri Paesi, per sostenere la domanda globale – nota Magri -, ma certo per la qualità più richiesta il contesto australiano è unico, soprattutto per le sue caratteristiche climatiche e naturali».
